Rivoluzione o evoluzione? Aspettative o realtà? Pensieri a margini della mostra sul Guatemala.

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Alcuni giorni fa abbiamo un articolo sulla prima mostra realizzata dall’amico Salvo Gravano e dal “Fresco Bistrot” nel bellissimo giardino a due passi dalla cattedrale di Palermo, che vede la nostra “Palermo Felicissima” ed il nostro Blog come voce “ufficiale”. Complice “anche” un intervento del gruppo Palermo 44 di Amnesty International, abbiamo pensato di inaugurare la rassegna che – appunto – si è deciso di chiamare “Rivoluzione! Evoluzione?” con una mostra sul Guatemala, paese martoriato dalla dominazione spagnola prima, dalle multinazionali e dalla guerra civile poi, e che sta avviandosi – ci auguriamo – verso un processo di pacificazione.

Per chi lo avesso perso, ecco il link del primo articolo: http://www.palermofelicissima.it/2022/05/22/guatemala-radici-e-orizzonti/

La mostra sul Guatemala è stata realizzata dalla Associazione CISS (cooperazione internazionale Sud Sud) e ad illustrarcela è stata Gloria Cipolla, anima “indefessa” del Ciss stesso (vabbè, che ve lo racconto a fare, cercate Gloria Cipola su google e troverete decine di pagine dedicate a lei, oltre che al CISS).

Siamo arrivati in Guatemala – ci scrive il CISS – quattro anni prima della firma degli accordi di pace appoggiando i processi di democratizzazione nel Paese e supportando lo sviluppo locale con interventi di sviluppo rurale e integrato, formazione, infanzia da strada, diritti umani e, soprattutto, diritti dei popoli indigeni dando valore in più possibile ai ben 22 diversi popoli discendenti dai Maya che parlano altrettante lingue diverse tra cui K’iche’, Kaqchikel, Mam, Q’echi’ e tante altre ancora.

Abbiamo così accompagnato i nostri partner nei processi di cambiamento, centrando il nostro agire nei punti chiavi per una evoluzione cioè la formazione e la cultura.

Il processo di costruzione dell’identità “maya”  è centrale per la propria autoidentificazione in un contesto dove l’idelogia di progresso vede i “bianchi” come “fini teologi” e “l’occidentale” come opposto al “tradizionale”. La legittimazione del popolo maya con la sua cultura e religione sta provocando un cambiamento rispetto a questo pensiero utilizzando l’etnico come strumento di liberazione (*)

Questo processo si sviluppa lungo tutto il percorso espositivo: 

le prime foto fanno infatti riferimento alla cultura religiosa Maya ed illustrano i riti che avvengono in alcune zone ed in alcuni periodi dell’anno in cui le popolazioni (i vari tipi di popolazione perché – come detto – in Guatemala ci sono 22 popoli diversi con lingue diverse e anche con caratteristiche diverse), “scendono” al lago, in questo caso nella regione del Quetzaltenango (**), per la celebrazione di momenti religiosi locali.

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Qua mi interrompo: avrei continuato a (cercare di ) illustrare le bellissime foto, da quelle del mercato di Chichicasenango, affettuosamente Chichi ed alle sue chiese dove si è sviluppato uno straordinario sincretismo religioso, a quelle sul culto dei morti del 2 novembre, che vede manifestazioni popolari che ben si accordano con le nostre palermitane – del resto abbiamo in comune la dominazione spagnola – a quelle sulla formazione.

Il Ciss infatti ha realizzato mirati interventi in area agricola e soprattutto sui diritti delle donne e sul riconoscimento della partecipazione delle donne a tutti i vari livelli. 

Proprio su questo volevo fare “lo sborone” con le mie domande pseudo giornalistiche, ma che, in fin dei conti, volevano ricondurre il discorso al tema della rassegna: Rivoluzione/ evoluzione? , per cui mi sono lanciato a chiedere a Gloria: 

La rivoluzione è stata un’evoluzione col punto interrogativo o no? Ritieni che i popoli del Centro America del Sud America avranno una evoluzione nel senso positivo che ci aspettiamo e, se sì, cosa ritieni si debba spingere per accelerarla? 

Ed ovviamente mi ha subito ripreso:

foto CISS

Tu hai detto una cosa: nel senso che noi ci aspettiamo, ma chi ti ha detto che il nostro è il senso “giusto” e giusto è quello che avverrà, quello che ci aspettiamo noi e non quello che si aspettano loro? 

Io lavoro per la trasformazione: quello che faccio, che tento di fare sia come persona che come Associazione è potere creare quelle condizioni, poter dare strumenti per cui le persone poi possano scegliere.  

Che poi vada come io spero, o che vada come loro sperano, non è una cosa su cui io posso dare un giudizio, ma in ogni caso lo devo rispettare.

Nel corso degli anni, quello che ho visto è che i progetti hanno una vita breve: secoli di colonialismo, di sfruttamento non possono cambiare nel ciclo breve di un progetto, magari triennale o quinquennale.  

Ciò che occorre è un intervento nella continuità, possibilmente cercando di sviluppare la coscienza che esistono anche altre possibilità e fornire tutti gli strumenti affinchè queste possibilità possano emergere ed essere supportate. 

E’ chiaro che tutti noi speriamo sempre che le cose possano cambiare, possano evolvere, ma occorre ben aver presente di accettare quello che loro decidono di fare.

Ecco il mio, il nostro compito è potere bilanciare gli interessi, dare strumenti, dare formazione: questi sono gli strumenti e su questo puoi intervenire. 

Se poi lo fa o non lo fa, non sarò io a giudicarlo.

Ecco, a questo punto che dire?

… vi aspettiamo al “Fresco”!

(*) fonte: CISS

(**) tipico della geografia del Guatemala è l’uso di nomi lunghissimi che, nel pratico, vengono affettuosamente accorciati. In questo caso il nome “comune” è Xela (Scela)

Le foto della mostra, oltre che “personali”  sono state realizzate dai cooperanti, nelle missioni, nei laboratori, descrivono le popolazioni e le persone con cui interveniamo. 

La foto di copertina è del CISS

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