La peste di Rosario La Duca e le riflessioni di un palermitano del … (in che secolo siamo?)

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Ogni tanto mi capita di rileggere “cose” che credevo di aver dimenticato. I libri di Rosario La Duca sono tra queste. Eppure dovrei esser più attento, visto che ci ispirammo a lui quando fu il momento di scegliere il nome del nostro blog (e le alternative, anche goliardiche, ci sarebbero state…).

Mi è capitata sotto gli occhi questa arguta descrizione – come suo solito, del resto – di ciò che successe durante la epidemia di peste che colpì Palermo nel 1575, una cinquantina di anni prima della più famosa delle pesti, quella cioè che consentì ai palermitani di “eleggere” a furor di popolo una Santa che sudava, la ancora idolatrata Rosalia de’ Sinibaldi, signori di Monte delle Rose e di Quisquina, in vece o al posto di una lunga teoria  di altri Santi che, a detta sempre del popolo, avevano smesso di sudare (*)

Forse nel 1575 erano più svegli dei nostri governanti di adesso, forse i signori dell’epoca erano daltonici e non riuscivano a distinguere tra rosso, arancione (si dice arancione, arancio è un albero, insomma!) giallo e verde pistacchio come piace ad una mia amica il gelato, con sopra la panna e la granella di nocciole.  

Ma sta di fatto che la peste fu debellata. E con metodi che definiremmo moderni.

Vi posto la storia, augurando a voi tutti, oltre che me stesso, che anche questa pandemia venga rapidamente risolta. 

La peste, di Rosario La Duca.

Lo “scandalo della peste” – cioè la terribile notizia che il morbo si era improvvisamente manifestato a Palermo – fu sulla bocca di tutti la mattina del 9 giugno 1575. Nel quartiere di S. Domenico era morta una donna che aveva avuto rapporti con tal Vincenzo Lo Leante, capitano di un brigantino che proveniva dalla Barbaria, carico di tappeti ed altri oggetti di lana. 

Ed erano anche passati a miglior vita – secondo quanto riferiscono il Paruta ed il Palmerino nei loro Diari – “l’innamorato di detta donna e tutti di casa di una febre con certi vozzi all’incinagli, l’uno imbiscandola all’altro”. 

Quello stesso brigantino aveva in precedenza toccato Siracusa e Sciacca e, lasciate le mercanzie nel porto di Palermo, anche Messina. In breve, la peste si diffondeva in tutta l’Isola. 

Il giorno successivo furono chiuse le porte della città lasciandone aperte soltanto alcune, onde evitare che persone provenienti da altri paesi già infetti potessero aggravare il contagio. 

Dapprincipio il male fu sottovalutato, e si pensò anche che si trattasse di una delle solite epidemie conseguenti ad avverse condizioni atmosferiche. Il numero dei morti, infatti, néi primi giorni era stato limitato. Ma poi il Senato si insospettì della cosa e mandò a chiamare Giovan Filippo Ingrassia, il medico più dotto di quei tempi, assieme ad altri sanitari per studiare i rimedi atti a bloccare il terribile morbo. 

Deve Palermo la sua salvezza all’intelletto di questo celebre protomedico che la scienza ancor’oggi ammira per le sue opere. 

Negli undici mesi in cui imperversò il male, i morti furono soltanto 3.100 mentre a Messina, in una popolazione molto inferiore a quella di Palermo, se ne ebbero circa 40.000. 

Ai primi di luglio la peste aveva cominciato a mietere un maggiore numero di vittime. Erano stati barricati i conventi di S. Domenico e di S. Francesco d’Assisi dove il, male aveva colpito alcuni frati e si comprese subito che soltanto un intervento più che energico avrebbe potuto impedire la diffusione del male. 

Il consesso dei medici, presieduto dall’Ingrassia, impartì subito le prime disposizioni: barricamento delle case infette, internamento dei sospetti e di coloro che erano già stati colpiti dal male in appositi lazzaretti. 

Si ordinò anche che venisse bruciata tutta la roba appartenente agli ammalati, che fossero buttati entro pozzi tutti i cani, ad eccezione di quelli da caccia o da guardia che però dovevano tenersi alla catena; si rafforzò la sorveglianza alle porte della città. 

Furono previste gravissime pene per i ladri di robe infette, e molti subirono orrenda morte impiccati, bruciati, squartati e mandati a sfracellarsi precipitandoli dall’alto dello Steri. 

Si aprirono due grandi campi sanitari, alla Cuba e nel Borgo di S. Lucia, trasportandovi gli ammalati che prima erano nel lazzaretto di S. Giovanni dei Lebbrosi; i poveri furono assistiti con sovvenzioni in danaro. 

Perfetta per quei tempi l’organizzazione dei campi sanitari, la cui descrizione ci rimane nell’opera dell’Ingrassia, Informatione del pestifero et contagioso morbo ecc.

Come avviene in calamità del genere, la gente cercò di eludere le disposizioni per “evitare di essere barricata in casa o per salvare dalle fiamme il povero arredamento. 

Si disse anche che i medici alimentavano il male per prolungare le loro prebende ed allora l’Ingrassia sdegnosamente rinunziò al suo stipendio. 

Il popolo, come al solito, pensò di bloccare il male con una serie di interminabili processioni, scomodando un buon numero di santi del Paradiso, ma l’Ingrassia, anche se uomo devoto, contava più sui rimedi della scienza e sugli energici provvedimenti che sui miracoli del Cielo.

Il letterato palermitano Argisto Giuffredi diede per l’occasione un suo parere in versi: 

Raccomandarsi al Sommo Re Celeste

Spender senza risparmio, e fedelmente

Bruciar le robe e gastigar la gente

Sono stati i rimedi a questa peste. 

Come si vede, anche il Giuffredi, pur consigliando da buon Cristiano di raccomandarsi al “Sommo Re Celeste”, fu dello stesso parere dell’Ingrassia: che le pestilenze andavano combattute con tempestivi provvedimenti e non con penitenze e processioni. 

La peste continuò sino all’aprile del 1576 e nel luglio dello stesso anno, non essendosi verificati da più di tre mesi altri casi, fu considerata estinta e si potè finalmente cantare in Cattedrale il Te Deum laudamus. 

….. La peste sarebbe ritornata nel 1624, dopo circa 50 anni. Questa volta, nonostante l’intervento miracoloso di S. Rosalia, il numero dei morti fu di gran lunga maggiore. I palermitani non capirono allora che, anche se avevano trovato una nuova santa patrona, non c’era più un uomo come il protomedico Giovan Filippo Ingrassia.

Rosario La Duca. 

(*) Oh, per i non palermitani. A Palermo alcuni Santi non sudavano. Cioè non si dannavano l’anima – ormai defunta invero – per esaudire le richieste dei cittadini. Cristina, Ninfa, Agata, Oliva, Benedetto il santo nero che riposa a Santa Maria di Gesù, Francesco di Paola, sant’Onofrio o santo Nofrio come dicono qui. Tutti Santi Patroni spazzati via da una Santa che sudava, quella Rosalia Sinibaldi che sconfisse la peste. Almeno, dicono. Comunque adesso la Patrona è lei.

cfr. http://www.palermofelicissima.it/2018/02/18/palermo-di-notte/

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