Praga, 50 anni dopo. di marcello mussolin

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Praga, 50 anni dopo. di marcello mussolin

Nella notte tra il 20 ed il 21 agosto del 1968 i carri armati sovietici – e dei loro alleati del patto di Varsavia – davano dimostrazione al mondo di cosa il blocco sovietico intendesse con “aiuto fraterno”: una dura e sanguinosa repressione di quell’abbozzo di emancipazione e di ripristino di alcuni dei diritti prima negati ai cittadini che aveva preso il nome di “Primavera di Praga”.

L’ultimo atto della dirigenza cecoslovacca è riassunto in questo comunicato:

A tutto il popolo della Repubblica Socialista Cecoslovacca

Ieri, 20 agosto, intorno alle ore 23 gli eserciti dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, della Repubblica Popolare Polacca, della Repubblica Democratica Tedesca, della repubblica Popolare Ungherese e della Repubblica Popolare Bulgara, hanno oltrepassato le frontiere della Repubblica Socialista Cecoslovacca.

Ciò è successo senza che il Presidente della Repubblica, la Presidenza dell’Assemblea Nazionale, la Presidenza del Governo, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco ne fossero a conoscenza (…)

La Presidenza del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco ritiene questo atto una violazione non solo delle regole basilari del diritto internazionale.

Ero piccolo, allora, e di Dubcek, del suo Socialismo da volto Umano, della Primavera di Praga e dei carri armati sovietici sentii parlare solo qualche anno dopo. Ricordo Dubcek grazie ad un libro presente nella biblioteca di mio padre, un testo teatrale dell’allora (1971) Ministro socialista Luigi Preti.

Ho poi incontrato, tra le mie letture notturne, Kafka, Milan Kundera, Vaclav Havel che, da inviso al potere, per una di quelle strane nemesi storiche – simile in qualche modo a quella di Lech Wałęsa in Polonia –  divenne Presidente della Repubblica Cecoslovacca prima e Ceca poi.

E come non ricordare Jan Palach, eroe della resistenza antisovietica.

Delle riforme prospettate da Dubcek l’unica realizzata – ma solo in seguito alla caduta del Muro di Berlino –  è la separazione tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia.

Oggi – 50 anni dopo – Praga è diventata meta del turismo internazionale. I nostri figli ci vanno in viaggio di istruzione, totalmente inconsapevoli di ciò che essa rappresentò nel 1968, convinti che la capitale Ceca sia solo un luogo di divertimento e di birra facile dalla quale ritornare – immancabilmente – con la felpa “Praha Drinking Team”.

A 50 anni da quegli avvenimenti, gli spazi espositivi del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo ospitano “Invasion”, tributo al fotografo ceco Josef Koudelka che documentò l’invasione – appunto – della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia.

Koudelka è un fotografo che amo. Le sue straordinarie immagini in bianco e nero, testimonianza di disagi e di emarginazione sociale, sono vero e proprio punto di riferimento della fotografia di reportage.

Nel 1968 egli, abbandonando momentaneamente il lavoro che stava compiendo sugli “Zingari”, si recò a Praga dove riuscì a documentare tutti i momenti dell’invasione e trasmettere ad Elliott Erwitt, allora capo della Magum, i negativi. Le foto furono – ovviamente – pubblicate anonime per tutelare la vita di Koudelka e divennero simbolo della repressione sovietica.  Dovettero passare oltre 15 anni per poterne rivendicare la paternità. Oggi, come ho detto, le possiamo ammirare splendidamente esposte nel Centro presso i Cantieri Culturali della Zisa.

Tutelare la vita di un fotografo che documentava i fatti: ecco cos’è, amici miei, la dittatura. Non importa il colore. Pensiamoci.

(sotto, una galleria di immagini)

koudelka, invasion

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