Ma, in fondo, cu’ caspiterina è ‘stu Banksy? di Marcello Mussolin

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Sono andato a vedere la mostra di (su) Banksy, di cui , però, Banksy non sa nulla. Lo so che è strano, ma nel mondo di Banksy tutto può succedere. Belle cose, le mostre a tua insaputa, manco fossero ex ministri che si ritrovano appartamenti  con vista sui Fori Imperiali a Roma.

Magari lui si candiderà a premier del Regno Unito, chi può saperlo?

Insomma, divago.

Mi ero preparato bene. D’altronde sono mesi che siamo chiusi a casa senza potere andare a cinema, a teatro, ai musei, alle mostre, in chiesa.

Ah, no, là si può, mica si fa assembramento.

Ah, e si può pure da KFC basta che non respiri in faccia al tuo vicino.

Dicevo, ho letto e studiato la parabola del nostro, dai muri di Bristol alla motonave francese Louise Michel comprata con i soldi ricavati dalla vendita beffa (ricordate il quadro venduto per 1,2 milioni di euro e poi autodistruttosi?) ed utilizzata per il soccorso dei disperati alla deriva. M.V. Louise Michel

La domanda che un po’ tutti si fanno, oltre la solita “ci è o ci fa?” è “Chi è Banksy, e perché ha tanto successo? ”, per dirla come il libro di Valeria Arnaldi (Mondo Bizzarro Press) (1)  che comprai qualche anno fa (prima di Sotheby, comunque…)

Eroe, buffone,  poeta, anarchico, fascista,  ricco, senza soldi, radicale, diverso, uguale, negro, ebreo, comunista… (lo sapete che mi piace Guccini): scopriremo mai chi si cela dietro la mascherina (visto il periodo) e le bombolette di vernice?

Insomma: chi perdindirindina è questo Banksy?

Vi dico quello che ho letto, e poi vi do la risposta:

Robin Banks.

Non è certo questa l’identità più accreditata di Banksy, tutt’altro, ma è sicuramente quella che, più di ogni altra, si adatta a descrivere il personaggio, costruzione immaginaria, virtuale per sentimento ma solida per manifesto, dell’Uomo invisibile più visibile della storia dell’arte e del costume.

Da un lato, dunque, c’è il nome che richiama le gesta leggendarie di una sorta di novello Robin Hood. Dall’altro, la sintesi simbolica del suo motto del togliere ai ricchi per dare ai poveri nel cognome dal significato tanto chiaro da essere quasi scontato, Banks, ossa Banche.

La costruzione semplice dello pseudonimo e in realtà apice di un percorso di invenzione che contesta il sistema nella sua totalità, ben oltre soldi e finanza, per contrastare l’attuale e dominante economia della cultura.

Banksy è contro.

Non contro qualcuno o qualcosa nello specifico forse, ma in una visione più ampia, contro tutto quello che pone un freno alla libera espressione del singolo, trasformando il diritto di comunicare se stesso e le proprie idee in un privilegio per pochi.

Così il Robin dell’Arte ruba lo spazio ai musei tradizionali, istituzionalizzati e, in parte, “incancreniti” nella loro visione, per regalare una prospettiva liberal agli artisti e ai fruitori degli spazi espositivi.

Come a dire, basta con l’arte pre-digerita dalla macchina-museo, largo alle proposte della città, che non pone limiti all’offerta.

Neppure di spazio, dato che è lo stesso Banksy a riconoscere e promuovere la temporaneità. come elemento cardine della filosofia del graffito e – basta guardare alla “battaglia” con Robbo – la sovrapponibilità di opere di artisti differenti come seme di una più fruttuosa contaminazione, intesa come imprescindibile sostrato di evoluzione.

L’arte è frutto del tempo, insomma, e dal tempo, prima che di ogni altra forma di giudizio, viene salvata o condannata. La Vera eternità sarebbe nell’attimo e il museo, in quest’ottica, sembra un freno innaturale: ciò che non può essere oggetto di interazione, sembra perdere parte della sua ragion d’essere, perché “motto” senza possibilità di resurrezione.

Ecco perché il teatro della strada. Ecco perché la ricerca della sorpresa, dell’effetto speciale, della “rottura”. Ecco perché Banksy tenta di negare se stesso nel momento in cui si scopre commerciale, salvo poi, quando ormai il marchingegno del consumismo e in moto con i suoi lavori venduti a prezzi plurimilionari, fare di quello stesso mercato una sorta di performance centre la degenerazione dell’arte.

Il collezionista ideate di Banksy non è quello che acquista i suoi lavori, imprigionandoli in salotto, ma quello che compra un biglietto d’aereo e parte per seguire i suoi segni e le sue impronte.

Così come il suo fan non è quello che indaga per scoprire chi sia realmente a nascondersi dietro la “maschera” della notorietà, ma quello che di quell’anonimato fa la propria bandiera
per risvegliare sentimento e orgoglio dell’uomo qualunque.

Banksy è tutti e non è nessuno.

Banksy é Arte e la sua negazione. Banksy è un’idea nomade, condivisa, senza proprietà. C’è chi dice che sia l’uomo della porta accanto, impiegato dal completo grigio che di notte veste i panni del supereroe del colore. Chi ritiene non sia un uomo ma la sigla di un collettivo

C’è chi dice che Banksy sia il più grande artista della “street internazionale, e chi invece lo condanna come vandalo. Banksy in realtà, forse è un “pirata” ed il suo nome è titolo che si tramanderà nel tempo, passando per nuove leve, nuovi talent e nuove voci.

Fino a quando le città avranno bisogno di lui.

Dunque: cu caspiterina è ‘stu Banksy?

Ma alla fine, ci importa veramente?

Riflettete, gente, riflettete.

(1) dove c’è scritto, papale papale, “La riproduzione, la diffusione, la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione di quest’opera, purchè a scopi non commerciali (e, ci siamo visto che, vi giuro, finora non abbiamo visto un centesimo) a condizione che venga indicata la fonte e il contesto originario e che si riproduca la stessa licenza è liberamente consentita e vivamente incoraggiata.

 

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