PANDEMIA, SCUOLA, DAD E… RITARDI VARI (ED EVENTUALI) di Roberto Buscetta

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PANDEMIA, SCUOLA, DAD E… RITARDI VARI (ED EVENTUALI)

Vorrei argomentare in modo sereno e ragionato sulla questione pandemia, scuola, didattica a distanza e recuperi. Ritengo che la questione vada affrontata su più aspetti. 

Innanzitutto, credo che sia prioritario sottolineare che ci siamo trovati tutti in una situazione anomala e gravissima, che nessuno poteva né prevedere né immaginare. La pandemia ha paralizzato, o quantomeno scosso energicamente, buona parte dei campi economici, amministrativi, sanitari, culturali e persino esistenziali. Le conseguenze di tale calamità hanno ovviamente infranto tanti equilibri e disatteso tante aspettative, in tutti i settori. 

Immagino che, fatti salvi i casi in cui -più che fondatamente- chi ha subìto i maggiori danni dalle varie chiusure, lockdown e colorazioni di zone, pretende ristori e reintegri adeguati, almeno parziali, nessuno credo che possa incolpare chicchessia o nessuna istituzione e nessun servizio amministrativo, burocratico, sanitario o d’altro genere, e pretendere da loro il recupero dei ritardi, dei disservizi, della mancata erogazione di servizi anche essenziali, quali le visite e i controlli medici, gli esami ecografici, radiologici o tomografici, dato che a nessuno può imputarsi la responsabilità della catastrofe sopraggiunta a seguito della pandemia in corso.

Andiamo ora alla scuola. Se una pandemia come quella in corso fosse capitata non più di 10 anni fa, le chiusure degli edifici scolastici e le limitazioni rese necessarie per limitare i contagi avrebbero annullato totalmente almeno due anni scolastici (o più, dato che non sappiamo ancora quanto durerà la circolazione perniciosa del virus Sars-Cov-2), con tutto ciò che questo avrebbe potuto provocare in termini di curricoli scolastici, di stasi culturale, personale e persino psicologica, di almeno una generazione di giovani.

Nel marzo 2020, invece, i docenti si sono trovati a doversi sbracciare e ad affrontare l’allontanamento dagli edifici scolastici mediante una didattica d’emergenza, a distanza, per non perdere la continuità didattica e il contatto con gli studenti.

Da subito si sono notati i limiti di questa modalità d’insegnamento/apprendimento, ripeto EMERGENZIALE, e ciò per diverse ragioni, che provo qui ad elencare e sintetizzare:

  1. L’età anagrafica non tenerissima di una percentuale significativa di docenti, o altre idiosincrasie nei confronti della tecnologia e dell’informatica, non hanno permesso facilmente l’utilizzazione delle varie piattaforme on line per le lezioni in remoto, sincrone o asincrone che fossero.
  2. Una quantità non trascurabile di studenti non è in possesso del corredo utile alla partecipazione via web alle lezioni a distanza. Molte famiglie non hanno i dispositivi e gli apparati sufficienti ad una connessione stabile e duratura, specie se in casa vi è più di un figlio con le stesse esigenze, o se uno o entrambi i genitori devono utilizzare l’unico o uno dei due pc o tablet presenti in casa. Ma anche gli spazi domestici, non sempre sono adeguati ad ospitare uno o più collegamenti in remoto: in parecchie realtà abitative si sta in tanti dentro uno o due ambienti angusti e inospitali. A parte i disagi legati alla sistemazione logistica dello studente per il collegamento e per lo studio, capita spesso che sia inevitabile la presenza nello stesso ambiente di persone estranee al setting didattico, come una sorellina, la mamma o la nonna, per l’impossibilità di isolarsi in uno spazio chiuso da destinare esclusivamente alla dad. 
  3. Il lavoro a distanza è assai più impegnativo e meno motivante, soprattutto per gli studenti, che devono stare ore su ore davanti a uno schermo, immobili ovvero senza la possibilità di muovere il corpo adeguatamente, pur con le piccole pause a intervalli regolari, ed oltre ai compiti regolarmente assegnati, da effettuare ed inviare mediante le apposite piattaforme o modalità informatiche, si trovano anche a dover svolgere le varie attività in asincrono predisposte dai docenti per compensare i tempi didattici sottratti alle varie ore disciplinari per i necessari stacchi dalla continua esposizione allo schermo del computer. Ma è enormemente più impegnativo anche per i docenti: la preparazione delle unità di apprendimento è più complessa, passando dalle forme audiovisive a quelle da confezionare e consegnare alle piattaforme di condivisione, per il sincrono mediante la condivisione dello schermo, e per l’asincrono mediante la registrazione di video, la produzione di PowerPoint e di pagine da immettere o linkare nelle varie piattaforme. La correzione dei compiti inviati dagli studenti, nonché delle varie attività svolte in asincrono, richiede un impegno orario almeno duplicato rispetto alle normali attività in presenza.
  4. In barba alla quantità del lavoro svolto da studenti e docenti, la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento risulta molto meno fruttuosa: per usare una metafora numerica, spendiamo 100 per ottenere 40, se non meno. E -a parte alcuni casi- gli studenti perdono vivacità e brillantezza nella loro partecipazione e nella loro presenza di spirito, durante le lezioni.
  5. Ultimo, ma nient’affatto meno importante punto, il distanziamento fisico sottrae una quantità enorme di “positività” attribuite alla scuola dagli adolescenti: gli sguardi, gli ammiccamenti, il contatto fisico, gli abbracci e i baci, i giochi di squadra, lo studio di gruppo, a scuola o a casa di un compagno, le visite guidate, i viaggi d’istruzione, le ricreazioni, gli odori, gli innamoramenti, il petting e persino le liti fuori dalla scuola, rappresentano un’ossatura irrinunciabile che sostiene la frequenza scolastica delle e degli adolescenti. Cose che, purtroppo, non si possono recuperare nemmeno allungando di mesi l’anno scolastico… 

Detti limiti possono farci, senza ombra di dubbio, sostenere che la dad non potrà mai sostituire la scuola! E dispiace di aver sentito inizialmente e ripetutamente decantare le lodi di una “innovazione tecnologica in grado di rivoluzionare le metodologie didattiche”, e sentire che parecchi investimenti “per” la scuola riguarderanno quasi esclusivamente questo ambito! La dad non può che essere una modalità emergenziale di fare scuola, buona esclusivamente a salvare il salvabile nelle situazioni in cui è impossibile frequentare fisicamente gli edifici scolastici.

Tornando allora al ragionamento sui “recuperi”, dunque, non vedo perché debba essere trascurato il drammatico contesto in cui si sia -per fortuna- ricorso (solo in periodi ristretti, e non in tutti gli ordini di scuola) alla didattica a distanza, a quella integrata (periodi a scuola e periodi a casa, per situazioni emergenziali) o a quella mista (una parte di alunni a scuola, un’altra a casa). Quanto sottratto alla normale “offerta formativa” non è certo dipeso da negligenza di insegnanti o studenti! E ciò che s’è davvero perso, come su esplicato al quinto punto, non è purtroppo mai più recuperabile! Entrambi, docenti e discenti, hanno lavorato efferatamente di più e in condizioni di maggiore disagio, nelle modalità sopra elencate e descritte e, dal punto di vista della quantità di lavoro svolto, non solo nessuno ha nulla da recuperare, ma se dovessimo star lì a misurare le ore, le giornate e le settimane di lavoro, senza una minima possibilità di distinguere più cos’è lavoro da cosa dovrebbe essere la vita privata, credo che sia gli studenti sia gli insegnanti avrebbero di che chiedere ingenti crediti o somme di compensi straordinari!

Ma perché pretendere dalla sola scuola, diversamente da tutti gli altri settori dell’esistenza, un fantomatico “recupero” di un oscuro ed offensivo “tempo perso” durante una pandemia? Credo che la risposta sia facilmente ritrovabile nell’atavico pregiudizio nei confronti della professione docente. E la pecca principale credo che parta proprio dal nostro CCNL, in cui la nostra professione viene quantificata in 18/24 ore settimanali, e che a tali ore debbano solo aggiungersi “almeno” 40 ore + 40 ore di attività collegiali e funzionali all’insegnamento. Cioè, leggendo superficialmente o in malafede il nostro contratto, è come se gli insegnanti esaurissero il loro lavoro nelle sole ore frontali d’insegnamento, quelle cioè svolte in classe con gli studenti, e se essi aggiungessero a queste ore solo le ore pomeridiane dedicate a consigli di classe, ordinari e straordinari, collegi, riunioni in commissioni, in dipartimenti, lavori progettuali e ricevimenti genitori! Cioè, nessuno sa, né vuole sapere, come e in che tempi ogni docente, ogni santo giorno, prepari le sue lezioni, rediga i suoi schemi didattici, prepari e compili le unità di apprendimento, stili e riempia le varie griglie di osservazione e valutazione, corregga i compiti e gli elaborati dei suoi studenti, si aggiorni, si informi, svolga tutte le mansioni aggiuntive che la professione docente impone, legga attentamente le circolari interne, assessoriali, ministeriali e sindacali, eccetera eccetera. Tutto questo lavoro sommerso, ossia che non risulta da nessuna parte e non è regolato da nessun contratto, per cui non esiste mai nessuna quantificazione né un compenso aggiuntivo qualora si superasse quanto “dovuto” (diversamente da ogni altra professione dipendente), viene per giunta svolto in gran parte da casa propria, a proprie spese, utilizzando materiale proprio, connessioni ed utenze proprie, e può certamente dirsi che esso occupi almeno la stessa quantità di tempo impiegata per le lezioni in classe. Sembrerebbe superfluo dirlo, ma il lavoro riconosciuto agli insegnanti, dei professionisti laureati, specializzati, vincitori di concorso e spesso con altri titoli culturali e professionali quali dottorati, master, corsi di formazione e aggiornamento, è solo la punta dell’iceberg rappresentata dalle 18/24 ore didattiche settimanali in classe, con gli alunni! Come dire, in pratica, che gli avvocati o i magistrati lavorino solo mentre sono in udienza in tribunale, i musicisti solo mentre eseguono in pubblico la loro musica, i docenti universitari solo mentre effettuano le loro lezioni in aula o svolgono gli esami e le lauree.

Quando si mettono a confronto le scuole straniere con quella italiana, in pratica non si fa altro che sottolineare che i docenti stranieri (con stipendi almeno raddoppiati rispetto a quelli italiani) lavorano fino a 36 ore settimanali. Si trascura di dire che tutto il lavoro prima menzionato, quello “sommerso”, lì viene svolto a scuola, dentro uffici appositamente predisposti per il lavoro dei docenti i quali, come all’università, hanno a disposizione materiali di cancelleria, dispositivi informatici, computer, wi fi, utenze e connessioni a carico dello Stato, anni sabbatici e ferie fruibili nei diversi mesi dell’anno e non solo in agosto, o in una parte di luglio, quando cioè gli insegnanti italiani sono costretti a prenderle, senza discutere. 

Nessuno spiega, e quindi lo faccio io, che i tempi non didattici e non frontali sono in larga parte usati per tutte le attività funzionali all’insegnamento che restano relegate al sommerso non riconosciuto né menzionato da nessuno e da nessuna parte, quindi nemmeno retribuibili, e che rappresentano la maggior parte delle ore lavorate dai docenti ed esse vengono svolte in quel tempo che per la stragrande maggior parte della popolazione -e dei politici, ministri compresi-, è considerato tempo di libertà dal lavoro, vacanza, feria o nullafacenza. Nessuno, o quasi,  vuole sentire o comprendere che la parte non frontale del nostro lavoro è dedicata a tutte queste attività, che devono svolgersi per forza al di fuori del lavoro fatto in classe e con la classe. Le cosiddette “vacanze” di Natale o di Pasqua sono sempre, almeno parzialmente, dedicate a parte di queste attività, e la chiusura delle lezioni a giugno dà il via ad una serie di attività organizzative, preparatorie, di correzione e valutative, catalogative e da archivio (fascicolazione elaborati, schedatura e sistemazione libri adottati o  riconfermati), oltre che progettuali, dipartimentali e di esami, perché si fanno anche quelli, fino a luglio, per poi riprendere in agosto coi recuperi per gli studenti con debito, o sospensione del giudizio. 

Sostenere, dunque, che la fine delle lezioni corrisponde all’inizio delle vacanze è frutto di ignoranza o malafede, ed è altamente offensivo per chi svolge con dedizione, professionalità e con pochissimi riconoscimenti (men che meno economici) il proprio lavoro di docente.

Ma a parlar di scuola è troppo spesso, e sempre di più, chi la scuola l’ha vissuta da studente, magari più di 40 anni fa, o chi -peggio- vede nella scuola un nemico da combattere, per varie ragioni, che vanno da quelle contrattuali, sindacali, a quelle economiche (costiamo troppo! siamo solo spese stipendiali!) a quelle volgarmente d’invidia sociale (lavoriamo TROPPO POCO rispetto a quanto guadagniamo!).

Qualcuno, a questo punto, si chiederà, “ma qui si tratta del futuro di una generazione, a noi interessano gli studenti, i quali senza dubbio hanno perso tantissimo dalle condizioni in cui hanno dovuto fare scuola!”. Ed io volevo arrivare proprio a questo, dopo tutti i miei ragionamenti. Cioè, se davvero ciò che ci interessa sono gli studenti e la qualità della loro didattica durante la pandemia, mettendo da parte ogni altro settore dell’esistenza in cui tutti, studenti compresi, abbiamo dovuto sacrificare qualcosa, per colpa della situazione epidemica, allora diciamolo chiaramente: ciò che è stato perso soprattutto è purtroppo irrecuperabile, e sono gli sguardi, gli abbracci, la fisicità, lo stare insieme, e tutto ciò che avevo già elencato più su. Quale recupero si può proporre per riavere tutto questo? Come quantificarlo e sanarlo? Inoltre, certo, avevo parlato del gap tecnologico e della difficoltà o impossibilità di molti studenti di poter agevolmente partecipare alle lezioni in remoto, così come della possibilità che alcuni, anche tanti, possano essere rimasti indietro, e che abbiano davvero da recuperare contenuti didattici.

Benissimo. Se davvero è questo che ci preoccupa, ed io non posso che essere d’accordo, ciascuna scuola rediga un rapporto dettagliato su quanto è avvenuto durante l’intero anno scolastico, sui risultati raggiunti dagli studenti, e, insieme a questi ultimi e alle loro famiglie, si richieda ufficialmente un recupero da effettuare durante i mesi estivi, a cura di tanti di quei docenti precari o che sono stati licenziati perché assunti a cottimo con i cosiddetti “contratti Covid”. Loro non hanno, purtroppo, da preparare nulla, da fare esami o recuperi come i loro colleghi con contratto a tempo indeterminato, e accoglieranno volentieri la possibilità di essere pagati, sempre a cottimo, qualche settimana in più.  

Per concludere, prima di parlare di scuola, per favore, ascoltate chi la scuola la vive da dentro e non per sentito dire. Per parlare di calendario e di contratto degli insegnanti, per favore, fate emergere tutto il lavoro sommerso che gli insegnanti svolgono senza alcun riconoscimento e rendetelo riconoscibile contrattualmente da tutti.

Grazie.

(foto da web no copyright)

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