SANTA NICOLICCHIA, di Vincenzo La Lia

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A Santa Nicolicchia il mare è così trasparente che te lo puoi persino bere, così diceva Piero agli sposi che catturava con il suo obiettivo e aggiungeva: che qua da noi, mica c’è bisogno di andarsene dove Cristo ha perso le scarpe, per trovare ua location da cartolina.

A Santa Nicolicchia, una lingua di mare si infila tra le rocce e crea un’ insenatura alta e frastagliata, sormontata da irrispettose case sparse, che dall’alto sdrotolano scale di cemento che sgretolate dalla salsedine, con i ferri in mostra e arrugginiti, lambiscono il pelo dell’ acqua.

Le dolomie scavate dall’ aziona erosiva del mare e del vento, taglienti come lame e denti affilati, sono pronte a squarciare le carni di chi non le dovesse calpestare con riverente rispetto.

Le pareti a picco sul mare, lo àincastonano e custodiscono in uno scrigno di roccia che colora l’ acqua grigio turchese.

Nella parete di nord ovest, una cappella sormontata da una croce di ferro, raccomanda il borgo marinaro alla misericordia celeste e preserva i marinai dalla scatenata furia di Poseidone.

Santa Nicolicchia, niente piú che quattro case ai piedi della rocca, con le ultime prospicienti il mare, che sembrano vogliano afferrare e trattenere quel promontorio che si inerpica verso il largo, quasi volesse sfuggire alla terra ferma, per rivendicare la sua appartenenza al mare.

Piero amava arrivare una buona urata prima che arrivassero gli sposi, non perché ce ne fosse bisogno, ma perché con tutta calma, prendeva un caffè nel bar di Lilluzzo, che come già a distanza lo vedeva spuntare, comandava al ragazzo ” Accumincia a preparare un caffe macchiato e due bicchieri d’ acqua gasata, ca’ sta arrivando du’ scassaminchia di fotografo “.

Piero lentamente, con i tempi dei babbaluci e trasognante, attraversava la piazza che degradava verso il mare e non appena metteva piede dentro la baracca di legno adagiata sulla sabbia, con l’ insegna pittata di blu ” BAR AMERICA” ogni santa volta, Lilluzzo ossequiante, ma con aria di sfotto’ ” Dottore regista e fotografo, il suo caffè macchiato con due bicchieri d’ acqua miscata liscia e frizzante, è già pronto”.

Piero si bloccava sullo zerbino anche lui con la scritta blu BAR AMERICA” e ogni volta, ogni santa volta, ironicamente serio, esclamava ” Mi conosci meglio tu, ca” me’ muggheri, ti lovvo ma mi fai schifu u stissu” .

Lilluzzo aveva sempre il babbio, e sognava l’ America perché a stare qua’ si era abbuttato, ma non da ora, ma da più di vent’anni e diceva sempre la stessa camurria ” Ri ca’ mi n’ha ghiri, America è America “.

Così Piero, beveva prima l’ acqua, poi prendeva il caffè dalla tazzina bollente come la lava dell’Etna, poi il secondo bicchiere d’ acqua, lasciava cinquecento lire sul bancone e dopo un silenzio fatto di sguardi e mezze risate ” Lilluzzo ma ancora ca’ si? Ma ancora un ti ni hai iuto? “.

Lilluzzo lo fissava, ci rideva e ci rispondeva sempre alla stessa maniera ” Fotografo di sta minchia, tale’ va’ rumpiti i corna arraasso”. Sembravano le scene di un film di Peppuccio Tornatore, scene assolate, lente e degne d’ esser narrate da Tomasi di Lampedusa che le avrebbe definite con la sua frase sulla Sicilia, quà cambia tutto per non cambiare mai nulla. Tranne una mattinata, per la precisione una tarda mattinata di ottobre, tardo ottobre.

Piero era sul promontorio accovacciato sulle ginocchia che pianificava pose, luci e panorami da sparare sulla pellicola, con il sorriso sempre fisso in faccia e gli occhi nascosti dai suoi rayban a goccia. Un gregge di picciotti con le facce tutte simili, facce vispe da cocci di tacca, vestiti tutti da strapazzo, alcuni con le maglie griffate dalla birra peroni, dal bar Santa Rosalia, da legami Scordato, alcune dell’ inter, altre del Palermo, altri ancora con maglie anonime, ma di certo di mercatino rionale.

Tranne uno Vincenzino Troisi, con la Lacoste blu e con un paio di pantaloni con lo stemma Trussardi, che faceva capolino sulla tasca posteriore destra. Vincenzino Troisi, il figlio del notaio Troisi e della professoressa Adriana Macaluso. Detto ricotta.

Era figlio del benessere, della buona educazione, delle buone maniere e ogni santa mattinata lavava denti, mani, faccia e ogni capello biondo paglia era sotto controllo. Una riga che partiva da sopra il sopracciglio sinistro e dritta fino in cima alla testa li divideva a destra e a sinistra e gli conferivano ancor di più, un aspetto da damerino inglese dell’ ottocento.

La mandria degli scanazzati, incurante, con le voci e le urla adolescenti e stridule, oltrepassò il punto dove era accovacciato sulle ginocchia Piero, quasi fosse invisibile, l’ ultimo che chiuse la fila, fu Vincenzino che ansimante per il fiatone e stanco per la corsa, si poggiò sul braccio del fotografo, aspettò qualche secondo che il ritmo del respiro calasse e gli rivolse parola. ” Vossia si ricorda di me? ” ” Cu’ schifiu si? ” ” Ma vero non si ricorda? Tre anni fa, quando ho fatto la prima comunione, vossia è stato il mio fotografo personale. Vincenzino sono, il figlio del notaio Troisi” ” Ah si vero !” esclamò Piero regalandosi una boffa in fronte per la memoria corta e lenta. ” Si certo che mi ricordo, il figlio del notaio, ricalco’ ancora” È che a questa età, crescete dal giorno alla notte e da natale a pasqua vi stracanciate pure in viso ”

Vincenzino felice d’ esser cresciuto sorrise e issando l’ indice della mano destra gli chiede” Un piacere glielo posso addumanari ? ” ” Certo, certo parra, come dire di no al figlio di quel galantuomo del notaio Troisi ” E senza girarci tanto attorno ” Tra cinque minuti, mi devo tuffare dai punto più alto del promontorio, per una scommessa che ho fatto, per dimostrare che non sono piscialetto, ma che ho coraggio da vendere.

Che fa, mi può fare qualche scatto per ricordo? ”

Piero restò prima di ghiaccio, ma poi assunta la posizione da cazziatone e con voce servera ” Ma chi si fodde? Ma cirivieddu in testa ce ne hai? Ma chi ti fa dire la testa, che io, ora mi metto qua’ con la macchina fotografica e ti scatto una para di fotografie mentre ti spacchi le corna a mare? Vincenzino o cambi idea o subito subito, se serve, chiamo pure carabinieri, polizia, guardia finanza, esercito, e non per ultimo, anzi soprattutto pure a to’ pa’, per farti dare una grandissima passata di calci in culo” Vincenzino ci resto’ male, così male che gli occhi gli diventarono traslucidi più del mare. Più avanti e più in cima, Pippo Schiro’ detto scheletro, il più corna dure del gruppo, il capobranco, già da un pezzo si era fermato sul punto più alto in verticale sullo strapiombo che da a mare e urlava come una scimmia urlatrice ” Ricotta, amuni’ dimostra che hai le palle, amuni’ veni ca’ e tuffati a testa a puzzuni” .

Le altre scimmie urlatrici, in coro urlavano, ricotta, ricotta, ricotta. Ma ricotta si era perso nei rimproveri del fotografo e lo fissava nel tentativo di fargli cambiare idea. Il mare e il cielo erano dello stesso preciso colore e vanitosi si specchiavano l’ un l’altro.

La brezza creava qualche fluttuo e in sincrono muoveva i capelli di ricotta, scheletro e Piero e la voce di Vincenzino si fece adulta e convincente ” Tu alla mia età, minchiate per dimostrare che eri cresciuto e corna dure mai ne facesti? Io non ho paura, tanti si sono tuffati da quel punto e un ha muruto mai nuddu.

Ma se tu, me lo impedisci, io faccio la figura del piscialletto, del picciridduni e figlio di papà. Si libero di non fotografarmi, si libero di girarti da un’ altra latata, ma non impedirmi di fare le mie minchiate, giuste o sbagliate che siano” Piero non disse nulla, ma aggiarnio’ in viso e ricordo’; il vespino che impennava di terza, il primo spinello, il salto in paracadute, come si muoveva a letto la vicina di casa di trent’anni più grande e poi si giro’ verso l’ orizzonte.

L’ urlo da stadio diventò più insistente e accompagnò i passi di ricotta fino alla roccia più alta e a piombo sul mare. Era ottobre , tardo ottobre, tempo d’autunno inoltrato, ma da noi al sud, le stagioni sono come l’ amore. Ogni tanto il tempo cancia qualche giorno, fa qualche capriccio, mutriuso si arriccia la nasca, ma l’ inverno dura proprio picca e il malo tempo, non si scorda mai dell’ estate.

Ricotta con passo fiero bruciò gli ultimi cinquanta metri che gli restavano per raggiungere il picco, con la mano spostò scheletro e guadagnò il punto più alto di tutta la rocca. Si denudo’ , lascio cadere a terra la polo e i pantaloni che si adagiarono alla forma delle rocce. Collimo’ lo sguardo verso Palermo, poi guardò giù, verso il vuoto, verso l’ abisso, allentò il pugno sinistro e rigiro’ il rosario che conteneva, stretto sul polso destro, infilò la croce sotto l’ ultimo giro e lo fissò.

Guardò nuovamente l’ abisso, il battito cardiaco riecheggio’ tra le falesie e si frastaglio’ tra le rocce secche e acuminate. Le sue gambe avrebbero voluto indietreggiare ma il suo orgoglio le bloccò.

Respiro’ un pugno di mare misto a salsedine, spostò il diagramma più in basso che la sua anatomia gli permetteva, incateno’ la paura e con un balzo, come un super eroe si lanciò giù, il vento inglobò il suo corpo e un clik immortalò quel rito di iniziazione, che avrebbe cambiato Vincenzino Troisi detto ricotta, per sempre.

VINCENZO LA LIA GENNAIO 2021

Ph Valeria La Lia

La foto è del borgo di Sant’Elia

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