Il castello della Zisa, di Gabriella Cuscinà

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Il castello della Zisa

Guido e Massimo erano due amici appassionati d’arte, di musei e di siti archeologici. Il primo abitava a Milano, il secondo era palermitano e aveva invitato l’amico a conoscere la sua città.

Dall’albergo dove Guido alloggiava, si recarono con l’autobus nella piazza antistante l’antico castello della Zisa e s’inoltrarono oltre il cancello che immette nel parco del maniero. 

Esso sorgeva nel passato, fuori le mura della città.

Fu costruito, a partire dal 1165, dal re normanno Guglielmo I e poi continuato da Guglielmo II. La sua architettura è squisitamente araba.  

I due amici passeggiarono attorno all’antico castello nel giardino abbellito da una nicchia posta in una sala a piano terra e da canalette di marmo piene d’acqua. Le acque scorrono come un velo e sono divise in due bacini quadrati secondo lo stile persiano. Nel castello, il sistema di ventilazione è stato concepito secondo le più raffinate tecniche di refrigerazione degli Arabi. 

A guardarlo, il palazzo è affascinante e imponente e Guido non si stancava d’ammirarlo. Mentre era assorto in questa contemplazione, vide un uomo dimesso che parlava rivolto a una delle finestre del castello. Era come se parlasse a qualcuno che non c’era. Poi l’uomo avvicinandosi e rivolgendosi a lui, disse:

“Ho dato appuntamento alla principessa per questa sera. Mi ama e ha risposto che verrà.”

Guido restò a bocca aperta e non seppe cosa dire. Massimo prendendolo sottobraccio, gli spiegò che quel tizio era il pazzo del quartiere, il quale affermava di parlare con una principessa araba. Infatti, poco dopo l’uomo cominciò a declamare, sempre rivolto alla finestra:          

 

“Saracena dagli occhi di cobalto,

quando ti affacci al placido verone,

esser vorrei un arabo predone,

per rapirti a cavallo con un salto.”

Declamava con voce ispirata e i suoi occhi sognavano e vedevano qualcuno che gli altri non potevano vedere. Guido provò compassione per quel povero diavolo che amava forse un fantasma. 

“A quanto pare ha perso la moglie,” fece Massimo “ma ha smarrito anche la capacità di ragionare. E’ impazzito e parla sempre da solo.”

Impiegarono più di tre ore ad ammirare tutti i piani, le sale, le varie architetture arabe; le Mushrabiya, i suggestivi passaggi; il panorama incantevole che si godeva dalle finestre. Visitarono la Sala della Fontana e ammirarono i particolari della sua fascia mosaicata e i capitelli decorati. Videro le Muqarnas sopra la fontana, e poi si soffermarono a guardare oggetti come le scatole cilindriche in ottone battuto e i piccoli bacini con decorazioni incise d’argento.

All’esterno, il giardino è stato ristrutturato sempre secondo lo stile arabo e le aiuole, le piante, i fiori sono incantevoli. La domenica mattina, tante famigliole con bambini vi si recano a passeggiare. 

La Zisa in lingua araba significa: “La splendida”. Il palazzo fu innalzato con espedienti islamici per rendere più confortevole la struttura durante i mesi estivi. L’edificio è, infatti, rivolto a nord- est cioè verso il mare; le brezze marine erano captate attraverso tre grandi fornici della facciata e dalla grande finestra belvedere del piano alto. 

I due amici si resero conto come la dislocazione interna degli ambienti aveva avuto un enorme condizionatore naturale, cioè l’aria era stata condizionata con un sistema complesso di circolazione che, attraverso canne e finestre esterne, stabiliva un flusso continuo di ventilazione.

Quando Guido e Massimo decisero di andare via, era già trascorsa l’ora del pranzo e pensarono di consumare qualcosa in una vicina rosticceria. Mangiarono quindi arancine e pane con le panelle, due specialità palermitane. 

Guido volle offrire e pagare lui, però cercando nelle proprie tasche, si accorse di non avere più il portafoglio: “ Porca miseria! Me l’hanno rubato! Ma chi è stato? Come ha fatto?”

“Cosa? Davvero? E’ assurdo, non riesco a capire, siamo stati sempre soli!” rispose l’altro.

“Già” – ribatté Guido – “o forse no, aspetta, l’unico che s’è avvicinato è stato il poeta matto! Sì, sì, proprio lui, deve essere stato lui che mi ha fregato. Pezzo di farabutto! Ma ormai è inutile  cercarlo.”

Poi esterrefatto, esclamò: “E dire che ne avevo avuto compassione! Accidenti a lui! Doveva essere invece un esperto borseggiatore.”

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