I gasteropodi polmonati, di Gabriella Cuscinà

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A Palermo c’era una combriccola d’universitari allegri e bontemponi, amici per la pelle. 

Erano andati a scuola insieme dalle elementari al liceo. 

Si volevano bene e conoscevano il vero significato della parola amicizia. 

Infatti, erano d’accordo con Euripide il quale diceva che è folle chi crede che ricchezza e potere valgano più di un amico generoso.

Si riunivano e andavano tutti a giocare a calcetto. 

Avevano fondato una specie d’associazione sportiva, eleggendo come presidente Lorenzo che era il più carismatico. In realtà era un’altra scusa per stare tra loro a divertirsi, discutere e scherzare. 

Quante belle giornate e serate avevano trascorso insieme! E soprattutto quanti scherzi erano stati fatti alle spalle di questo o quell’altro amico! Indimenticabile resterà la beffa perpetrata ai danni di Alfonso. 

Questi, iscritto alla facoltà di Scienze naturali, era un appassionato studioso di lumache. Le cercava, le osservava al microscopio, faceva esperimenti e ricerche su di esse.

Aveva scoperto che lumaca è il nome di alcuni Gasteropodi polmonati, forniti di conchiglia solo rudimentale, considerati pertanto dei molluschi. 

Ma nell’uso popolare, il nome è usato invece per indicare la chiocciola. 

Alfonso sapeva che, in alcune regioni d’Italia, le lumache si mangiano come piatto tradizionale. Per esempio, a Roma quelle di vigna si mangiano per la notte di San Giovanni. 

Si fanno morire nell’acqua dopo averle lasciate spurgare e quindi si cuociono nell’olio con aglio, pomodoro e mentuccia. 

In Francia sono un piatto molto ricercato. Ne parlava sempre, per lui erano diventate una vera passione, una specie di mania. 

Agli amici che avevano la disgrazia di capitargli tra le grinfie, cominciava a blaterare che le sue benamate lumachine avevano un corpo allungato il quale, visto al microscopio, rivelava una cute coriacea e un piede non ben distinto, un mantello piccolo a forma di scudo, la regione cefalica con quattro tentacoli invaginabili che funzionano come organi tattili ed olfattivi. 

Gli ascoltatori cercavano di arginare la sua loquela e di svignarsela, ma Alfonso li fagocitava e continuava a dissertare dicendo che le lumache amano i luoghi umidi e freschi, si trovano numerose sotto le pietre e tra i muschi, nei boschi, nelle grotte, nelle cantine, presso i corsi d’acqua. 

Escono di preferenza di mattina, di sera e dopo le piogge temporalesche. Molte specie sono notturne.

Per mantenere il loro corpo sempre umido in superficie, secernono una bava di vario colore. Si nutrono di sostanze vegetali, funghi, foglie tenere, animali in decomposizione.

Lorenzo e gli altri amici, non potendone più di sentirlo sproloquiare sempre in merito ai famosi Gasteropodi, una volta decisero di giocargli un brutto tiro. 

Durante una riunione dell’associazione, a tavola mentre bevevano e scherzavano, ventilarono con noncuranza la possibilità di mettere su un allevamento di lumache che avrebbe reso miliardi. 

“Cosa? Ma dite sul serio? Sarebbe come realizzare tutti i sogni della mia vita!” esclamò Alfonso. 

“Oh, ma che ci vuole! Basta avere una villa in campagna e un po’ d’amore verso questi molluschi,” fece Lorenzo ben sapendo che il padre dell’amico possedeva una villa. 

“Sapete che non ci avevo mai pensato! Ma dite che davvero potrei avviare un allevamento?” 

“Guarda Alfonso, se vuoi noi ti aiutiamo.” 

Lorenzo era ormai determinato a portare avanti uno scherzo spettacolare. Antonio, un amico giocherellone e barzellettiere, l’aveva spalleggiato aggiungendo:

“Beh, penso che dovresti presentare domanda alla Camera di commercio, visto che si tratta di un’attività imprenditoriale.”

“Ah! Sì sì certo. Una domanda in carta da bollo. Anzi no. Adesso non ci vuole più il bollo, o sì?”

“No, il bollo no, però ci vorranno tutti i certificati da presentare: certificato di nascita, di residenza, d’iscrizione alle liste elettorali, stato di famiglia, carta d’identità.”

Qualcuno ci mise il carico di briscola:

“Penso che ci vorrà pure il certificato di sana e robusta costituzione.”

Alfonso in fondo era un gran credulone e un tipo un po’ beota, dunque si rivelava la vittima adatta. “Sul serio tutti questi documenti? Non ha importanza. Li presenterò, e poi che dovrei fare?”

“Guarda Alfonso” aveva detto Lorenzo, “secondo me, nella tua villa in campagna dovresti creare un recinto adiacente alla casa, con reticolato molto fitto. Poi magari noi amici ti regaleremmo le prime quantità necessarie di lumache. Tu dovrai metterle nel recinto e badare alla riproduzione.”

“Che meraviglia! Ma alt! Un momento. Non aumenteranno a dismisura? Sapete, modestamente sono un esperto e so che si riproducono vertiginosamente.”

Aveva assunto un’aria piena di sussiego, con il mento sollevato e il naso all’insù, come chi senta puzza sotto il naso. 

A quel punto era intervenuto Dario, il cui padre lavorava all’Istituto botanico: “Per questo ci penso io. Sai, gli ortolani e i giardinieri per combatterle usano delle sostanze polverulente, come cenere e calce, che distruggono l’attività secretrice delle loro ghiandole mucose, provocandone la morte. Mio padre ti potrebbe fornire la polvere adatta che c’è in Istituto, in modo da arginare la riproduzione.”

“Magnifico! Ma scusa, non morirebbero tutte?”

“Che c’entra! Tu dovresti spargere la polvere ai bordi del recinto, in modo da far morire solo quelle che tentassero di oltrepassarlo.”

“Che meraviglia! Potrei raccogliere centinaia di migliaia di lumachine e venderle. Differenzierei le specie e alleverei un po’ tutte le varietà.”

Era felice, eccitato, euforico e non rifletteva più su niente. Dunque si misero d’accordo sulle modalità per fargli iniziare la nuova attività e sui vari aiuti che gli sarebbero serviti.

Alfonso costruì con le sue mani il famoso recinto vicino alla casa e gli amici in una bella mattinata di sole, gli portarono due ceste colme di lumache. Dario portò un sacco di innocuo sale fino e raffinato, spacciandolo per la famosa polvere lumachicida.

I preparativi furono molto divertenti perché vedere Alfonso all’opera e quasi carezzare i cari molluschi, fu uno spettacolo tutto da ridere. Bagnò accuratamente la terra per renderla umida, pose dentro il recinto lattuga, barbabietole, bucce di patate. Sparpagliò le sue adorate lumachine e cosparse infine il reticolato di quella che credeva la polvere dell’Istituto di botanica.

Ma le risate più eclatanti della combriccola di screanzati furono quelle che s’udirono alla villa qualche tempo dopo.

Tornarono infatti nella campagna di Alfonso e lo trovarono con le mani nei capelli mentre osservava un’invasione di lumache simile allo sbarco in Normandia!

Ce n’erano ovunque: oltre il recinto, sul prato, sulla casa, sui tronchi degli alberi, fra gli angoli delle aiuole, fra i mattoni del terrazzo, sulle finestre, sulle porte. Alfonso pareva in preda ad una crisi isterica! Vedeva ogni anfratto brulicante di uova. Si erano riprodotte a migliaia, a grappoli, formando un’enorme massa, una corazza di gusci. Avevano dato vita a composizioni bitorzolute; erano state capaci di lacerare foglie e fiori.

L’invasione degli Unni in confronto, pareva la gradita visita di quattro amici! Alfonso camminava sui gusci che facevano rumore di ciottoli, li calpestava e aveva l’impressione d’infrangere del vetro. Sentiva odore di pesce marcio.

Non poté neppure entrare in casa, poiché le porte e le loro cerniere risultarono bloccate e incollate da quei dolci animaletti che lui amava tanto! Pensava disperato a suo padre e a quello che avrebbe detto trovando tutto quel disastro!

Gli amici, tra una pestata e l’altra di lumache, ridevano a più non posso e si contorcevano in preda ad eccessi d’ilarità. Il danno alla villa sarebbe stato ingente, sennonché essi, dopo aver riso per mezz’ora, provvidero a ripulire tutto, ad eliminare le lumache e i loro gusci, spazzare, mettere tutto a posto.

Impiegarono tutto il santo giorno a sudare, lavorare, pulire, lavare, rimuovere quella marea invasiva che avevano creato. Liberarono le porte. Ognuno, fornito di scopa e sacco per l’immondizia, doveva badare a non lasciare in giro il più piccolo gasteropode.

Alfonso non lavorò, non fece niente, rimase seduto a contemplare il suo sogno andato in fumo.

Pensava nel frattempo che amici così burloni e così cari difficilmente si possono trovare!

(foto da web)

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