Certe volte parliamo anche (ma non sempre), di Antonio Musotto

Condividi

In occasione del graditissimo incontro con l’autore, che si svolgerà venerdì 16 novembre alle 18,00 presso i locali di Cosè, via Gioacchino di Marzo 43, Antonio Musotto ci ha regalato una perla tratta dal suo libro “Todo Mundo II”. Ringraziamo Antonio per la disponibilità e… Vi aspettiamo numerosi!

 

 

 

Certe volte parliamo anche (ma non sempre).

Lui aprì il suo borsone militare, se lo portava sempre appresso, se avesse avuto quattro zampe e una coda ed una pelliccia pelosa piena di zecche avrebbe potuto considerare il suo cazzo di  borsone come un cane.

Non aveva mai avuto un cane, solo da piccolo un pesce rosso. Gli era stato regalato una volta che aveva dovuto subire una estrazione dentaria, uno dei denti da latte si ostinava a restare al suo posto mentre un premolare definitivo spingeva per uscire, la gengiva gli si era gonfiata, e il linfonodo corrispondente sporgeva dalla guancia, e dall’angolo della bocca storta scolava un filo di saliva mista a pus che puzzava di pesce morto, e che costringeva la madre a tamponarla con dei kleenex che poi buttava dal finestrino della macchina.

La macchina di famiglia restò impregnata da quella puzza per alcune settimane.

Il pesce rosso invece morì soffocato perché a lui faceva schifo cambiargli l’acqua, la madre non aveva tempo, il padre odiava l’acqua. Finì che dovettero buttare anche la boccia di cristallo, che gorgogliava flatulenze indescrivibili.

Aprì il suo borsone mimetico, prese alcune banconote, le ficcò in tasca, uscì controllando di avere tutto, mise in moto scalciando il sidecar, si avviò lungo il viale, in una Volvo scattò l’allarme per le vibrazioni della marmitta aperta del sidecar, e al piano seminterrato della palazzina all’angolo un disc-jockey che dormiva da meno di un’ora si svegliò, sudato (devo prenderne meno di quella roba, pensò).

Anche oggi è di nuovo dal dentista, e l’infermiera è sempre la stessa, solo è più grassa e più sfatta, sul camice sotto le ascelle delle concrezioni saline stratificate suggeriscono che non viene lavato da parecchio, che durante il suo lavoro di infermiera igienista suda molto, che non usa deodorante, che quando si sporge per prendere l’aspiratore e gli sbatte la vecchia tetta pesante sulla guancia sa che nonostante l’odore di collutorio e cloroformio che pervade l’ambulatorio, sentirà la tipica puzza di acido invecchiato della sua ascella.

Se non fosse che le cure sono indispensabili, e che in quello studio medico le tariffe sono abbordabili, ne avrebbe trovato un altro, di dentista; non pretende che l’assistente del dottore salti fuori dalle pagine di Penthouse, ma che abbia il camice pulito, almeno.

Poi è passato alla lavanderia automatica. Quando si è alzato lei era già uscita.

Lei esce ogni mattina prima di lui, tranne la domenica, quando la lavanderia è chiusa.

E’ passato da lì perché, in un rapporto, in una relazione anche tra due che scopano soltanto bisogna trovare il tempo di parlare.

E la domenica precedente lei è andata a trovare la madre, che ha un tumore, una forma che prende le ossa e che non ti ammazza subito, ma ti sbatte in un letto e da lì vedrai passare gli ultimi giorni, ed è anche giusto che lei ci vada, ma c’era andata anche la domenica prima. Va a finire che ci vediamo al funerale, pensa.

E sono due settimane che non si dicono niente, lei va a dormire presto, certe volte non fa neanche in tempo a farsi lo shampoo,  e l’odore di benzene che le impregna i capelli  resta nella camera da letto per tutta la notte.

Lui invece ha provato a dire al padrone della discoteca che dopo un certo orario i buttafuori non servono più, ma non riesce mai a tornare a casa prima delle 4 del mattino, e si butta a letto vestito, per non fare casino, che lei alle sei e mezza deve svegliarsi e uscire per andare alla lavanderia automatica.

Allora l’unica è che lui passi da quel dannato negozio durante la giornata, se vuole vederla, se vuole parlarle un attimo, forse anche lei vuole parlare con lui, altrimenti che cazzo continuano a vivere nel monolocale di lei, che cazzo conta lui, se non parlano e non si vedono mai.

E’ entrato nella lavanderia, le macchine miagolavano all’unisono, e la nuvola tossica di solvente copriva tutto, e c’erano due donne che avevano una montagna di roba sporca da lasciare, ci voleva tempo, così lui è tornato fuori, ha acceso una sigaretta ma l’ha buttata subito perché gli bruciavano le gengive, si è appoggiato al sidecar per vedere quando quelle due stronze se ne sarebbero andate via, ma ha schiacciato una merda di cane e ora sta strofinando lo stivale sull’erba dell’aiuola, ecchecazzo gli stivali da moto nuovi.

“Ora quelle due se ne vanno, lei mi ha visto, mi ha mandato uno sguardo mentre attaccava i tagliandi alle giacche e alle camice sporche, ora se ne vanno, ed io rientro”.

Non succede spesso, magari ci saranno cinque minuti di calma, che possiamo parlarci.

Certe volte parliamo, come oggi, ma non sempre.

Antonio Musotto.

(soundtrack: Lloyd Cole, My beautiful laundrette)

Certe volte parliamo, come oggi, ma non sempre.

Lascia un commento