Aoristo greco e lingua siciliana. Di Marcello Troisi

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Aoristo greco e lingua siciliana.

Quando ci dissero che le lezioni sarebbero finite alle 11:30 per disinfestazione, durante la seconda ora al Liceo Garibaldi del 1973, il Professore di Greco stava rispondendo ad alcune domande relative all’Aoristo, già spiegato nella lezione precedente.

L’Aoristo: e chi ci aveva capito niente! Alle 11:30 quel giorno uscivamo, e via!

In effetti si, vabbè, qualcosa l’avevamo capito: l’Aoristo era uno dei quattro tempi del verbo greco ma già si presentava male. Aoristo vuol dire indefinito, si proietta nel futuro e si può tradurre col passato remoto… Roba da brividi. Stiamo scherzando?! Panino-mondello subito, un po’ come dire telefono-casa.

Al Liceo Garibaldi, negli anni ’70 ogni occasione era buona per festeggiare e correre a Mondello o alla Antica Focacceria San Francesco per un pane-e-panelle o una focaccia-con-la-milza. Quella giornata di Aprile non faceva eccezione.

Andrea, uno dei miei compagni, aveva posto delle domande di chiarimento perché, in quegli anni (che furono anche di piombo) bisognava “capire”.
Capire era più importante che “sapere”.

Nella nostra sezione ‘E’ di allora, la nostra prof. di lettere era la direttrice della fondazione “Storia della Sicilia”, appassionata di teatro e cinema d’autore, nonché di storia e letteratura. La prof. di matematica era discepola di luminari della matematica moderna e ci fece capire meglio la filosofia. Il professore di filosofia scriveva saggi mentre il prof. di latino e greco aveva scritto i testi di studio adottati dal nostro liceo e, appena entrato in classe, ci faceva tradurre all’impronta, aprendo una pagina a caso. Dovevamo quindi “capire”! Non semplicemente “imparare”.

Andrea, mischino, chiese come mai, in Greco, una azione che non era ancora accaduta oppure una azione puntuale, si potesse esprimere con l’Aoristo e che dovesse talvolta tradursi col passato remoto… Fu guardato malissimo da tutti ma erano quasi le 11:30 ed Andrea, come me, era più interessato ad una lauta merenda rinforzata palermitana, possibilmente fritta!

Così uscimmo, ed il discorso finì.

Io, Andrea e un altro compagno, presi i motorini, andammo alla Antica Focacceria dove  ordinammo due panini a testa, con l’opzione (quasi certa) di un terzo, attendendo seduti ai vecchi tavolini di marmo e ferro battuto. Dopo pochi minuti arrivò un ragazzino portando un vassoio pieno di panini.

Andrea, noto manciatario (traduzione: goloso, mangione), appena li vide arrivare esclamò: “m’i manciavu tutti!” ovvero “me li mangiai tutti!”… L’aoristo! Caspita, eccolo! Hai parlato usando l’aoristo!

Manco hai iniziato a mangiarli e già dici: me li mangiai?!

Si, il dialetto palermitano è così: enfatico e retorico, pieno di intenzione. Col passato remoto esprimi qualcosa che si sta per compiere o che addirittura si compierà nell’immediato futuro, ma la racconti al passato remoto come cosa fatta, così tanta è la voglia e la determinazione di vederla compiuta.

Tante volte ho ripensato a quei momenti ed anche a quando mia nonna, da bambino, vedendomi giocare in equilibrio su un muretto, mi avvertiva: “ti vitti ‘nterra!” (ti vidi a terra!). Non ero caduto ma era probabilissimo che accadesse. Così tante altre volte, stando dietro sul motorino elaborato del mio compagno Giorgio, gli dicevo: “sbattisti!” (sbattesti!) per farlo rallentare e per avvertirlo, col passato remoto, dell’immediatezza del fatto imminente.
Aoristo.

Se facessi un copia-e-incolla di come viene spiegato l’aoristo, non ci capiremmo niente. Lo si impara e basta. Certo, l’aoristo non esprime soltanto il passato remoto ma ha tutti e 6 (sei) i modi del verbo greco. Però in questa forma resiste e sopravvive nel dialetto palermitano.

Un milanese non mi capirebbe e forse neanche un napoletano. Esiste probabilmente solo qui ma non sono uno studioso di lingue, anzi mi piacerebbe saperne di più.

Ho già scritto del Carretto Siciliano inventato dai Greci, e penso che la nostra cultura abbia origini antichissime, che affondano le radici nell’antica Grecia.

Alcuni miei amici, prevedendo con sicura certezza la mia figuraccia come conseguenza di quello che ho appena scritto, mi avevano avvertito: “cù ‘sta storia facisti malafiùra!” (con questa storia facesti brutta figura!).
Aoristo.

[Marcello Troisi]

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