23 maggio, trent’anni

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Di Fabio Gagliano

Mi è stato chiesto dalla redazione di Radio Off di scrivere un articolo in occasione del trentesimo anniversario della Strage di Capaci. Sul momento ho detto che ero disposto. Poi ho riflettuto e mi sono reso conto che sulle stragi di mafia si è detto, scritto, filmato e cantato tutto. Non c’è aspetto che su questo argomento non si siano cimentati fior di scrittori e giornalisti. Cosa potevo scrivere io, modesto cultore della storia siciliana che non fosse già stato detto centinaia di volte? L’unica cosa che potevo fare era raccontare i miei ricordi e le mie impressioni personali, lo sgomento provato da me e da coloro che mi erano vicini, sia che fossero parenti o amici.

Il primo ricordo che mi è venuto in mente, tuttavia, non è stato quello del 23 maggio 1992. Quello che ho ricordato è stata la mattina del 29 luglio 1983, peraltro giorno del mio ventisettesimo compleanno. Era estate dovevo festeggiare e avevo deciso di non andare a lavorare in ospedale. Fui svegliato alle otto del mattino da un botto, lo avvertii proprio così, non un boato, probabilmente perché la mia casa si trovava ad una certa distanza da via Pipitone Federico. Allora vivevo ancora con i miei, mi alzai dal letto e incontrai mio padre. “Hai sentito?” dissi “sembrava una bomba”

Mio padre mi guardò perplesso e mi disse che il rumore, anche a lui, era parso una esplosione. Però nell’incertezza decidemmo di attendere qualche notizia dalla radio. Poco dopo invece udimmo il suono di diverse sirene e allora comprendemmo che doveva essere accaduta qualche tragedia. Apprendemmo quindi dell’attentato a Rocco Chinnici. Fu il peggiore giorno di compleanno che ricordi, non festeggiai nulla, non me la sentivo e poi, mi sembrava che se l’avessi fatto, avrei fatto un torto enorme a chi era morto quel giorno in quell’attentato vigliacco e odioso. Decisi di andare in ospedale, nel reparto di ematologia dove i miei colleghi anziani cercavano di salvare delle vite. Almeno nel mio piccolo mi sarei reso utile a qualcuno.

E poi il 23 maggio 1992. Il tempo era passato, mi ero sposato e avevo avuto un figlio. Quel pomeriggio il bimbo stava facendo impazzire di gioia noi genitori e soprattutto i nonni, in quella casa in riva al mare a Trabia. All’arrivo della notizia dell’attentato cambiò tutto. Non potrò mai dimenticare l’espressione di tristezza e rabbia che comparve sul viso di mio padre che aveva avuto modo di conoscere personalmente Giovanni Falcone. Non disse più una parola. Mio suocero invece, che amava discutere di qualunque cosa, iniziò a fare le più svariate analisi sulle notizie che radio e televisione diffondevano in un rapido susseguirsi. Io e mia madre partecipammo alla discussione, ma mio padre continuò a tacere e a guardare lontano.

Ricordo bene che le prime notizie davano il magistrato e la moglie vivi ma in gravi condizioni, seguimmo i bollettini medici prima provenienti dall’ospedale Cervello e poi dall’ospedale Civico con angoscia ma con una certa speranza. Ma alla fine giunse la notizia della loro morte.  

Allora ripensai quando, da bambino, mio padre mi aveva portato a cinema a vedere “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi. Quel film, visto da ragazzino, cominciò a farmi capire cosa fosse la mafia e penso che, proprio per questo motivo, mio padre mi aveva portato a vedere la pellicola.

Penso che questi ricordi siano sufficienti per questo piccolo articolo, tuttavia a questo punto non ci si può non chiedere come la mafia abbia potuto spadroneggiare in tutta la Sicilia e poi in Italia dal momento della strage di Portella della Ginestra e fino al ventunesimo secolo.

Certamente la Sicilia, per la mafia, è stato un terreno molto fertile, sin dall’inizio del XX secolo, sicuramente. In un articolo precedente, https://www.radiooff.org/analisi-di-unepoca-parte-seconda-la-politica-giolittiana-ai-tempi-degli-ultimi-florio/  ho illustrato come la politica di quel periodo fosse imperniata fondamentalmente sul mantenimento della classe agraria e feudale con cui la mafia ebbe strettissimi rapporti tanto da portare un ministro del regno a dichiarare” Io sono un mafioso”. Lo stretto connubio tra mafia e politica si rafforzò in seguito dopo lo sbarco americano in Sicilia come ha ben dimostrato Michele Pantaleone nel suo “Mafia e Politica”. Del resto, se vogliamo per un attimo rivolgerci al cinema, il film di PIF “In guerra per amore” fa un chiaro riferimento ai rapporti tra i servizi segreti americani e cosa nostra, prima, durante e dopo lo sbarco alleato in Sicilia. Ma le ipotesi che porta avanti PIF nel suo film sono peraltro ben documentate nel libro “Operazione Husky” di Giuseppe Casarubea e Mario Josè Cereghino che, analizzando i documenti segreti degli alleati sullo sbarco in Sicilia, a pagina 30 riportano in sintesi dei documenti americani:  «la battaglia per la Sicilia dovrà es­sere guidata dall’America, con la piena collaborazione del po­polo siciliano». … si anticipa qui ciò che effettivamente avverrà a partire dall’autunno del 1944, quando l’Oss appog­gerà sottobanco la nascita del Fronte democratico per l’ordi­ne siciliano (Fdos), un partito fondato e diretto dal boss Ca­logero Vizzini e da Calogero Volpe. E il via libera alla mafia come entità politica di riferimento, un tema che decine di do­cumenti dei servizi americani a Palermo affrontano in modo esplicito nei mesi seguenti.

Quindi, alleanza tra intelligence USA e mafia almeno dal 1943. Fino a quando? In molti ritengono che questa alleanza sia andata avanti per un lunghissimo periodo di tempo e, da quello che possiamo dedurre dalle oscure vicende storiche della Sicilia e dell’Italia intera, forse fino ad oggi (vedi “Vivi da morire” di Piero Melati e Francesco Vitale, Bompiani 2015). Inoltre, non è possibile escludere che in questo guazzabuglio di interessi ci si siano trovati anche i servizi italiani nonché una fetta della classe politica italiana. Del resto, non è mai stata data alcuna spiegazione alla misteriosa sparizione di documenti ritenuti importantissimi quali la famosa agenda rossa di Borsellino o i documenti custoditi a casa di Totò Riina. E dare tutta la colpa alla mafia per gli attentati del 1992, appare troppo semplicistico anche alla luce della famosa frase di Giovanni Falcone sulle “Menti Raffinatissime”. A tale proposito il sito “Antimafia 2000” in data 20 maggio 2022 riporta quanto detto dal Consigliere togato al Csm Nino Di Matteo alla trasmissione di LA7 Atlantide: “Dobbiamo immaginare che alla indubbia convergenza di interessi che portarono alla decisione di eliminare Giovanni Falcone, possa essere stata affiancata una compartecipazione con gli uomini di Cosa nostra di uomini che non erano mafiosi. Che cosa significa il dato oggettivo che non lontano dal cratere della strage a Capaci è stata trovata documentazione…. riferibile senza ombra di dubbio ad esponenti del servizio segreto civile dell’epoca (il Sisde, ndrcon numeri di telefono del capocentro di Palermo di quel servizio e con altri riferimenti a quel servizio segreto?

Fotografia di Serena Marotta

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