La Dignità, ovvero Kazuo Ishiguro, i nobili inglesi ed il corona virus, di marcello mussolìn

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Non è certo il nostro blog il luogo deputato ad affrontare temi filosofici, o a disquisire di virus e rapporti sociali. Lasciamo ad altri il compito, già siamo confusi in questo mare di numeri ossessivamente ripetuti dalle televisioni e dal bombardamento delle raccomandazioni, invero sacrosante. 

In questi giorni di quarantena noi parliamo di libri.  

Forse ci affacciamo ai balconi a cantare l’inno di Italia, rispolverato per l’occasione anche senza il calcio, forse siamo tra quelli che criticano. In ogni caso, stiamo in casa. Senza lamentarci. 

Leggiamo.

Ho ripreso “Quel che resta del giorno”, di Kazuo Ishiguro, premio Nobel nel 2017, autore che non mi fa impazzire, forse perché ho letto – in effetti – solo questo libro. Non ho neanche visto il film con Emma Thompson ed Anthony Hopkins, che mi dicono magnifico.

Libro che non so giudicare. 

Da un lato, contiene delle magnifiche descrizioni di luoghi sospesi nel tempo 

il panorama inglese, nelle sue espressioni più belle, come quella che ho avuto modo di vedere questa mattina, racchiude in sé una qualità della quale i panorami di altre nazioni, per quanto a prima vista più spettacolari, immancabilmente risultano privi. Si tratta, io credo, di una qualità capace di designare il panorama inglese agli occhi di qualunque osservatore obiettivo, come il più profondamente appagante del mondo, una qualità questa che è probabilmente meglio riassunta dal termine “grandezza”… Ciò che le è propria è la calma insita in quella bellezza,

Dall’altro, curate e stilisticamente straordinarie descrizioni della vita dell’Inghilterra degli anni ‘30 del secolo scorso e del mondo che ruotava intorno alla nobiltà del periodo, ma che spesso si protraggono rendendo pesante, se non in alcuni casi monotona, la lettura.

Quel che resta del giorno è, dunque, un libro che “celebra” il fallimento di una vita apparentemente impeccabile di un maggiordomo inglese (Stevens) totalmente assorbito in un ruolo che sfida l’evolversi del tempo venendone sconfitto, raccontandone il mai manifestato sentimento verso la governante sig.ra Kenton, donna che più gli è stata vicina negli anni, per ragioni di lavoro o solo tramite fitta corrispondenza. 

Si sviluppa narrandone l’evolversi, attraverso il fallimento sociale di “sua signoria” lord Darlington – per cui Stevens nutre un quasi fideistico rispetto tanto da rimanere impassibile di fronte alla morte del padre pur di continuare nel suo servizio – il cui pressapochismo politico e le sue simpatie verso la Germania nazista, portano il Lord all’isolamento che, per quel tipo di società, equivale a morte civile. 

Ciò su cui – invece – mi piace soffermarmi – è il tema della dignità che il libro sviluppa, in incredibile coincidenza con la gli avvenimenti di questi giorni: argomento delle cronache è infatti la dignità – o no – dell’atteggiamento adottato dai nostri connazionali di fronte al dramma del coronavirus.

Da un lato, la stucchevole diatriba tra i fautori della corsetta salutare e quelli che propendono per l’isolamento assoluto, dall’altro l’assordante silenzio intorno alle migliaia di vittime che il virus sta mietendo. Ed ancora, la siderale distanza etica tra chi fa razzia di generi inutili perché “non si sa mai” e chi diligentemente rimane a casa limitandosi in tutto. 

Tutto questo, passa in secondo piano oscurato, com’è, dalla straordinaria professionalità, abnegazione e – per l’appunto – dignità dei nostri medici, infermieri e di tutto il comparto sanitario della Nazione. 

In che cosa consiste tale “dignità?” ci chiede Ishiguro. 

Alcune persone sostengono invariabilmente che la “dignità” della quale parliamo è  qualcosa di simile alla bellezza di una donna e che pertanto è inutile tentare di analizzarla.

Questo, per il nostro Stevens, porta però con sé l’implicazione che tale “dignità”

sia qualcosa che la persona possiede o meno per una fortuita casualità della natura, cosicché se una persona ne è naturalmente priva, lottare per conquistarla sarebbe altrettanto inutile quanto il tentativo di una donna brutta di diventare bella.

Ed allora, conclude Stevens/Ishiguro, 

sono fermamente convinto che la “dignità” della quale parliamo sia una cosa che un individuo possa efficacemente lottare per raggiungere nel corso della propria vita.

Per tornare ai nostri sanitari, ci importa sapere se la loro dignità derivi da un istinto innato o se l’hanno acquisita lottando? 

Come dicevo all’inizio, Non è certo il nostro blog il luogo deputato ad affrontare temi filosofici, o a disquisire di virus e rapporti sociali. 

Se volete, provate a rifletterci.

Io, per intanto, ringrazio tutti i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario perché se l’Italia ha avuto riconosciuta una grande dignità nel mondo, è soprattutto per merito loro. 

Le foto sono dal Web, il testo è leggermente riadattato nel rispetto dell’originale.

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