Natale in autobus, di Gabriella Cuscinà

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Ciò che sto per narrare accadde molti anni fa.
Era la vigilia di Natale e come il solito stavo tornando a casa in autobus. Quel percorso lo avevo già compiuto migliaia di volte per recarmi e tornare giornalmente dall’ufficio.

Conoscevo a memoria tutte le vie, ogni fermata, le curve e ogni semaforo. Mi era capitato di vedere tanti tipi di persone e assistere a vari generi di episodi. Salivano spesso immigrati, operai, massaie e collaboratrici domestiche. C’erano invalidi che trovavano i posti riservati regolarmente occupati.
Una volta avevo dovuto difendermi a gomitate da un molestatore che, approfittando della calca, cercava di palparmi. Un’altra volta ero riuscita a sventare un borseggio. Infatti, avevo visto un tizio che infilava con destrezza la mano dentro una borsa, sfilando un portafoglio.
-O lei lo restituisce, o chiamo il 113! – avevo detto brandendo il cellulare.
Avvenimenti di questo tipo erano stati innumerevoli, ma ciò che accadde quella fatidica vigilia di Natale, difficilmente l’avrei dimenticato.
L’autobus era affollato più del consueto e mi trovavo in piedi, vicina al conduttore.
Tra un sobbalzo e uno spintone, stavo pensando al cenone di Natale che avrei dovuto preparare arrivando a casa. Ero indecisa tra le lasagne e la pasta al forno, tra il pollo ripieno e la salsiccia. Le mie riflessioni culinarie furono interrotte da un passeggero che, rivolgendosi a tutti, stava dicendo ad alta voce:
“Attenzione signori, se lo vedete, siete pregati di avvisare la famiglia. E’ alto, magro, occhi scuri, capelli neri e corti. Si chiama Mario Rossi e manca da casa da tre giorni. Io ho avvisato i Carabinieri.”
Quel nome e cognome mi risuonarono nella mente: Mario! Mario Rossi, il collega con cui avevo avuto una relazione!
Era sempre stato un tipo strano, bislacco, eclettico ma affascinante. Un eterno insoddisfatto e scontento di tutto. Dolcissimo e rude al contempo, con due occhi ammaliatori e un sorriso sornione circondato da due fossette agli angoli della bocca. Lo ricordavo con nostalgia poiché gli avevo voluto bene. Ma mi aveva lasciata, adducendo vaghe e incomprensibili spiegazioni e si era licenziato dal nostro ufficio.
Sempre sorreggendomi a una maniglia, mi ero voltata a guardare altra gente che continuava a salire e a scendere. Da una bussola improvvisamente vidi scendere lui, proprio lui: Mario Rossi.
Dunque scesi pure io, feci una breve corsa e lo raggiunsi. -Mario!- chiamai -Mario fermati! –
Si girò lentamente e mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò più. Era come se mi aspettasse, come se attendesse di rivedermi!
-Sei qui, – disse -ciao tesoro, come stai? –
Gli occhi però erano diversi, erano strani e lontani. Non erano gli occhi di Mario, sempre dolci e malinconici. In tutta la sua persona vi era qualcosa che non riconoscevo più.
-Mario, ti stanno cercando, ho ascoltato qualcuno sull’autobus che diceva che manchi da casa da tre giorni. Ma perché? –
Gli avevo teso la mano per salutarlo e non aveva ricambiato.
-I miei genitori saranno preoccupati, abbiamo litigato e sono andato a dormire nella villa fuori città. Non rispondo neppure al telefono. Non voglio sentire nessuno, sono stanco di tutto e di tutti. –
-Ma cosa è successo Mario, perché avete litigato? –
-Non mi capiscono. Dicono sempre che sono matto e che si vergognano di avere un figlio come me. –
Continuava ad avere lo sguardo lontano e indecifrabile, come fosse disincantato e sereno nello stesso tempo.
-Però avvisali, tra poco ti cercheranno pure i carabinieri, credo. –
-Senti tesoro, dovresti farmi un grosso favore. Avverti i miei genitori, di’ loro che mi trovo alla villa e che voglio vederli. Ti prego telefona. –
Ero sbalordita e non riuscivo a capire.
-Ma scusa Mario, perché non telefoni tu e li tranquillizzi? –
-No, io non telefonerò ai miei genitori. Però ti ripeto, devi essere tu a telefonare. Devi farlo tesoro, in memoria dell’affetto che ci ha legati. –
-Continuavo a non comprendere, però ricordavo perfettamente certe stranezze di Mario ed esclamai: -D’accordo, telefonerò non preoccuparti. Cerca di riconciliarti con i tuoi. Domani sarà Natale!-
Mi sorrise teneramente e disse: -Sì è vero. Buon Natale tesoro. –
Si girò e si allontanò in fretta.
Ero confusa e non sapevo cosa fare. Poi improvvisamente presi il cellulare e cercai il numero della casa di Mario Rossi. Lo composi e mi rispose la madre: -Pronto signora,- dissi- sono un’amica di Mario. Mi presentai comunicando il mio nome e cognome. L’ho incontrato sull’autobus e so che lo state cercando. Mi ha pregato di avvisarvi che si trova alla villa. Ha anche detto che vuole vedervi.
-Grazie, oh grazie signorina! Mi ha fatto un grande favore. Buon Natale. –
-Buon Natale Signora. –
Chiusi la comunicazione, sentendomi molto agitata per la stranezza di tutta la situazione.
Ero ritornata a casa e avevo cucinato tutte le vivande da consumare per il cenone.
Il giorno di Natale lo trascorsi serenamente e quasi non pensai più allo strano episodio che riguardava il mio ex fidanzato.
Il giorno successivo quando mi alzai, il sole tingeva il cielo di arancione. La festività di Santo Stefano si annunciava come una giornata calda e splendente. Dalla mia finestra vedevo le abitazioni vicine. Un signore stava zappando in giardino e la sua fronte era color bronzo nella luce del sole.
Squillò il telefono: era la madre di Mario che mi ringraziava per aver evitato che accadesse una terribile disgrazia. Mi spiegò che lei e il marito erano arrivati alla villa appena in tempo a evitare che il figlio si togliesse la vita.
Restai interdetta. Com’era possibile? Se quella fosse stata la volontà di Mario, perché mi avrebbe detto di avvertire i suoi genitori? Poi la signora disse: -Le devo dire inoltre, cara, che Mario afferma di non averla incontrata. Non si è mai mosso dalla villa e non si aspettava di vederci comparire. Aveva già organizzato il suicidio. Il gas era aperto in cucina e lui era seduto immobile con la Bibbia in mano. –
Povera signora! Era scoppiata a piangere in modo convulso ed io mi sentivo sempre più frastornata.
-Ma l’ho incontrato! Mi ha pregato d’avvisarvi che era nella villa fuori città. –
Poi improvvisamente ebbi un barlume. Ricordai che il mio ex fidanzato aveva un fratello gemello identico. Si chiamava Nino e lo scambiavano sempre per Mario. Avevano gli stessi tratti somatici, lo stesso sorriso, gli stessi modi flemmatici e gentili.
Esclamai: -Forse era Nino, signora! Ora che ci penso bene, aveva qualcosa di diverso, negli occhi, nello sguardo. Ma se era a conoscenza di quella tremenda intenzione del fratello, perché non è intervenuto lui? Perché s’è fatto credere Mario? –
Mi sembrava di sognare. Tutto ciò mi pareva assurdo, inverosimile!
Ripensai come, nel passato, Nino fosse stato generoso e affettuoso con il gemello. Lo considerava un po’ matto e bislacco, sempre in preda alle paturnie. Lo aveva aiutato all’università, lo aiutava a scegliere e a comprare i vestiti, gli aveva trovato lavoro presso il nostro ufficio.
Al telefono la voce taceva. Poi come in un sussurro sentii dire:
-Nino è morto un mese fa di carcinoma. Non c’è più signorina, il mio Nino non c’è più. –
Il pianto era ripreso e questa volta era irrefrenabile.
Per un momento restai paralizzata da quello che è uno dei peggiori terrori che si possano provare: quello di aver perduto la capacità di distinguere gli avvenimenti reali da quelli immaginari, i corpi solidi dai fantasmi. Quindi iniziai a lottare contro quel timore. Ci doveva pur essere un modo di scoprire quello che era veramente successo. Ricordavo che la faccia di Mario, o quello che credevo fosse Mario, aveva avuto un’espressione e un sorrisetto di benevola complicità quando mi aveva pregato di avvertire i genitori. Ma perché? E poi perché adesso diceva di non avermi vista?
Dunque era stato Nino! Ma io non credevo ai fantasmi e non ci avrei mai creduto, però quel dilemma restava irrisolto.
Quando alcuni giorni dopo incontrai Mario, egli confermò di non essersi trovato sull’autobus. Ma non era meravigliato, era come se considerasse il fatto normale. Abbassando il capo, con voce dolce e tenera disse: -Tesoro era Nino. Ricordi che mi aiutava sempre? Ricordi che percepiva tutte le mie ansie, avvertiva le sensazioni che provavo io, si faceva carico dei miei disagi? Bene, anche questa volta sapeva tutto e si è servito di te per distogliermi da ciò che stavo facendo. Mi ha fatto capire che è sempre con me, non se n’è andato, mi è vicino e vivrà in me e con me. Non perdiamo mai chi amiamo. Restano con noi per sempre, tesoro, non dimenticarlo. –

(foto dal web)

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