IL SEGRETO DELLA GUILLA

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Di Marcello Troisi

I

Questa, la breve classifica delle cose che Tanino odiava di più:

1. lavarsi

2. studiare

3. gli spirdi (spiriti)

4. il bacio di Mena

5. cambiare il meccio alla lampada

Invece a Tanino piaceva alzarsi presto e uscire a Lillo, lo scecco di casa. Lillo si doveva uscire la mattina presto perché altrimenti sporcava. Il padre di Tanino aveva trovato delle assi di legno buono e con quelle aveva costruito un tramezzo per separare quella parte del catoio dove abitavano da quella in cui stava Lillo, così di notte dormivano tutti più tranquilli, anche Lillo e Nenè, la capretta da latte che quasi ogni famiglia teneva nel proprio catoio.

Quando faceva freddo, allargando lo spazio fra due assi del tramezzo, Lillo portava macàri anche un poco di calore mentre Tanino e i suoi fratellini si raggomitolavano insieme sotto gli stracci per riscaldarsi l’un l’altro.

Lillo era furbissimo, troppo scarto: Una volta ci aveva azziccato un muzzicune a Cecè, che abitava nel catoio accanto. Cecè si voleva fottere la palluzza di legno di Tanino e gliela tirava via dalle mani andando indietro verso Lillo. E Lillo aveva azziccato il muzzicune proprio nel culo di Cecè facendogli mollare la presa. Troppo, troppo scarto Lillo!

Tanino si alzava alle cinque quando il campanile di Santa Maruzza dei Canceddi batteva i rintocchi e accompagnava Lillo fuori dal catoio, lo legava all’anello infisso nella pietra del muro e lo sfregava forte con la paglia più pulita, poi rientrava e con un bastone arrassava la paglia sporca e la spingeva fuori, davanti la porta.

Abitavano in Via dei Cancelli a pochi metri da Piazza San Cosimo e Damiano. Suo padre era uno dei tanti canceddi che abitavano nei catoi di quella strada antica dedicandosi al mestiere umile di conduttori di bestie da soma e che avevano come patrona Santa Maruzza dei Canceddi. La chiesa si ergeva al centro della piazza e ad angolo stava quella di San Cosma e Damiano.

Poco dopo che Tanino aveva finito di governare il somaro, dal catoio usciva suo padre e prendeva con se Lillo per andare a lavorare, gli metteva sulla soma i due canceddi, le gerle da lavoro, faceva un fischio e si avviava.

Il padre di Tanino era forte e allegro e cantava delle canzoni bellissime con una voce forte e intonata che si sentiva fino alla curva del Papireto. Tanino lo sentiva cantare allontanandosi mentre la voce si affievoliva con la distanza. Alcune delle canzoni che cantava facevano ridere, altre facevano venir voglia di ballare, altre invece erano più lente, come certe cantilene del mercato che a Tanino evocavano immagini di posti lontani oltre il mare infinito, dove gli avevano detto essere l’Africa e da dove erano venute le genti che avevano costruito il cuore più vecchio della città.

Rosa, la mamma di Tanino, usciva dalla porta del catoio e lo baciava sui capelli, poi si soffermava un attimo, lo guardava negli occhi e gli allungava una sberla, uno scoppolone, dicendogli:

« Ti dissi vatti a lavare! Non te lo voglio ripetere!

« E poi vai da Padre Santino che ti aspetta alle sei.»

Siccome Tanino esitava, sua madre incalzò:

« Tanino, ti dissi! »

Nel “ti dissi” palermitano c’è tutta l’intenzione di una minaccia celata in un rimprovero che invita ad esortazione, in poche parole, altra sberla in arrivo ma più forte della precedente…

Tanino si avvicinò con riluttanza al lemmiceddo pieno d’acqua fredda, dove già si erano lavati suo padre e sua madre, intinse la punta delle dita nell’acqua grigiastra e se le passò sulla fronte e sulle guance. Poi la buttò via davanti la porta del catoio e ne mise di nuova fresca per i fratellini che si sarebbero svegliati a breve.

« Fatto! Mi sono lavato. »

Saltellando si incamminò verso la scuola di Padre Santino per la quale c’era da camminare un bel po’.

La mamma di Tanino era l’unica donna tra tanti uomini in casa. Diceva alle altre comari:

« senza figlia femmina mi sento orba! »

E continuava a fare figli in attesa di una bambina che non arrivava. Se avesse avuto una figlia si sarebbe sentita incoraggiata e rafforzata nella propria identità soprattutto nella società di quel tempo.

L’ingresso della scuola era proprio di fronte la Torre delle Sette Fate, dietro la quale di notte accadevano fatti inspiegabili e misteriosi, dove i bambini di giorno si radunavano prima dell’ingresso a scuola per scambiarsi qualche pezzo di spago, qualche bottone caduto dalla giacca di un Signore, o per giocare a lanciare i càccami (piccoli datteri dolcissimi che cadevano delle palme) e fare pìriti (pernacchie), sputi.

Ma Tanino non si fermava alle Sette Fate, c’erano gli spirdi e si scantava, ma proseguiva giù per li Viscuttara.

Passando da Via dei Biscottari, prima salutava ‘u Signuruzzu, cioè la statua dell’ecceòmo, toccandosi la fronte con la mano fatta a coppitello per accennare un segno di croce e baciandosi poi la punta delle dita, quindi si abbassava quasi carponi, con le ginocchia che sfioravano le balate e la schiena che sfiorava le assi di legno che esponevano pane, focacce e biscotti che si trovavano davanti alle botteghe appena aperte e infine, allungata una mano a mo’ di proboscide, agguantava uno spinciunieddu caldo caldo e via, correndo a perdifiato tornava verso Santa Chiara.

« Qualche volta incocci! Gli aveva detto Cecè. »

« Ti arrestano, dicevano gli altri. E ti portano via i soldati di Franceschiello. »

Ma Tanino poi a li Viscuttara non ci tornava più per molto tempo ma tampasiava (gironzolava) in Via Benfratelli fino a sentire i rintocchi del campanile di Santa Chiara che segnavano le sei e infine arrivava dal prete quando gli altri bambini erano già quasi tutti entrati.

II

Padre Santino aveva aperto quella scuola per insegnare a scrivere e far di conto ai bambini del quartiere. Era un’aula poco più grande di una stanza all’interno del complesso di Santa Chiara in cui egli stesso insegnava per beneficenza a quei bambini vivaci e malmessi.

Si era fatto regalare dalle Suore alcuni vecchi banchi da ardere e un tavolaccio con quattro gambe che utilizzava come cattedra.

Aveva rinsaldato i banchi e ritinti di grigio, rinfrescato le pareti dell’aula con la calce bianca, poi dalla canonica aveva tirato fuori la tavola di una cassapanca nera e la usava come lavagna appesa al muro.

Per Padre Santino il problema con quei bambini era farli scrivere, mentre ad imparare erano svegli e avidi.

Stava per iniziare l’ora e sapeva bene cosa sarebbe accaduto da li a poco: l’inchiostro!

L’inchiostro costava. Padre Santino per scrivere al Monsignore usava quello blu-reale Royal Blue che andava a comprare alla Cala da uno dei tanti “Ships Chandler” inglesi che vendevano di tutto: utensili, cordami, tele, colla, vernici. Qui l’inchiostro era più caro che altrove, anche se di migliore qualità e più secco.

Gli Inglesi lo vendevano in flaconi di vetro azzurro sigillato con la ceralacca e quando prendevi in mano la bottiglia, il contenuto splendeva brillando come uno zaffiro.

Sull’etichetta c’era scritto:

“Finest Blue Ink 24 Fl. Oz.”

« “Oz.” Saranno le onze… »

pensava Padre Santino che conosceva Spagnolo e Latino,

« …ma “Fl.” che vorrà dire? »

Comunque i conti sulla quantità tornavano e Padre Santino si riforniva regolarmente. D’altronde per scrivere al Monsignore si poteva fare di meno?

Per risparmiare invece, l’inchiostro per la scuola andava a comprarlo in Via Maqueda dai fratelli Dumas che vendevano prodotti francesi di buona qualità per uso comune a prezzi accessibili. Padre Santino ne comprava 50 once sfuse di quello color Seppia (un po’ meno di mezzo litro), portando con se una caraffa vuota da riempire avvolta in un panno scuro per non macchiarsi, mentre in canonica teneva la caraffa vuota da rimboccare, quella col beccuccio lungo.

Dai fratelli Dumas comprava anche alcuni quinterni di carta di stracci. La carta bianca di lana per scrivere al Monsignore la comprava alla Cala, dagli Inglesi.

Il prete faceva gli acquisti alla mattina, dopo la lezione a scuola e la messa.

In quei giorni in Via Maqueda c’era confusione. I soldati borbonici erano stati attaccati agli inizi di aprile e temevano una rivolta in città, per cui avevano infittito le ronde e i controlli. Padre Santino temeva che gli potessero controllare il fagotto che teneva sotto il braccio ma così non fu e poté tornare a Santa Chiara senza problemi.

Prima che i bambini arrivassero in aula, Padre Santino preparava i fogli a righe e li distribuiva alla classe uno per banco, poi controllava i piccoli calamai di metallo infissi nel foro che si trovava nella parte superiore di ciascun banco, quindi versava in ciascuno di essi una piccola quantità di inchiostro dalla caraffa col beccuccio lungo.

Per via del freddo d’inverno o del caldo d’estate l’inchiostro si rapprendeva presto inoltre il pennino inchiostrato graffiava via dalla carta di scarsa qualità alcuni filamenti…

…e subito i bambini:

« Don Santino, l’inchiostro è quagghiatizzo ! (rappreso)»

« Don Santino, la penna fa u pilu ! (il pelo) »

Allora qualcuno di quella banda di scalmanati faceva una pallina di carta, sapientemente masticata e insalivata, la intingeva nel calamaio con la scusa di togliere “il velo” dall’inchiostro e quindi la usava come proiettile verso un potenziale avversario avvalendosi di un legnetto flessibile che teneva in tasca, dando l’avvio al subbuglio.

Padre Santino si disperava e ammollava scuppuluni a tutti, fra capo e collo, a chi aveva fatto e a chi no a ‘ccu pigghio-pigghio. Tanino rideva e si divertiva da matti scansando i colpi e le sberle. In fondo Padre Santino era buono.

La lezione finiva quando il campanile di Santa Chiara suonava gli otto rintocchi e tutti potevano scatenarsi nel cortile interno a giocare ad acchiapparsi o fare a botte “per finta”, ma non per molto perché alle nove Tanino doveva andare da Mena, che lo aspettava.

III

Mena teneva in piedi da sola una bottega già avviata dal marito. Era rimasta vedova prestissimo e pertanto vestiva sempre di nero, così come avrebbe fatto per tutta la vita a meno che non si fosse risposata.

Tutt’altro che bella, i capelli nerissimi appuntati col tuppo (chignon), un neo grosso coperto di peluria sopra il labbro, piuttosto grassottella sebbene ancora giovane, occhi nerissimi e pelle scura, aveva, ciò nonostante, quel genere di aspetto tipico delle donne mediterranee che piaceva tanto agli uomini schietti che passavano apposta davanti alla sua bottega solo per salutarla. Veramente, ci passavano apposta anche quelli maritati con la scusa di qualcosa da comprare.

La bottega si trovava in Via Beati Paoli accanto alla chiesa di San Giovanni alla Guilla ma più che una vera e propria bottega, era una sorta di emporio in cui lei vendeva di tutto, dal cotone per cucire alla frutta, dal petrolio per i lumi al profumo e ai chiodi.

Se non aveva qualcosa diceva al cliente:

« Torna e te lo farò trovare. »

E così faceva. Lavorava tutto il giorno in bottega ma aveva bisogno di un garzone per le consegne, così aveva chiesto alla mamma di Tanino di mandarlo da lei a bottega come fattorino.

Mena aveva avuto un solo figlio morto alla nascita e vedeva negli “occhi biondi” di Tanino, splendenti come gusci di nocciole, gli occhi del figlio che avrebbe avuto la sua stessa età.

Mena gli diceva che era biondo e intelligente come il suo bambino e che sarebbe diventato un uomo importante, quindi gli dava un bacio sulla guancia.

Ma Tanino non sopportava quel bacio, cioè non sopportava di essere baciato da lei sulla guancia con quel neo grossissimo e peloso e con quei fianchi grassi che gli facevano impressione.

Lavorare a garzone gli piaceva perché poteva andare in giro a curiosare con la scusa di fare le consegne, rimediando talvolta mezzo Tornese di mancia, o qualcosa da sgranocchiare.

Gli piaceva soprattutto andare a fare le consegne nelle case dei Signori.

I Signori raccontavano spesso ai loro amici di comprare le cose migliori in certi rinomati negozi o in certe raffinatissime botteghe come quella di Censuales, o alla pasticceria di Rageth & Coch. Invece di nascosto compravano tantissima roba da Mena.

Tanino faceva le consegne ai Signori passando dall’ingresso sul fianco palazzi, dove veniva accolto dalla servitù. Portava frutta e olio per la tavola, petrolio e steariche per illuminare le feste e i ricevimenti, rina russa e rina bianca (sabbia rossa e bianca) per levigare e lucidare, pece e cera per impermeabilizzare i teli, lisciva e sapone molle per pulire, pentole e pentolini di rame, carbone, filo, e tante altre cose di cui Tanino non conosceva la funzione ma di cui imparava subito nome e aspetto, talvolta distinguendole per l’odore caratteristico.

I garzoni di palazzo scherzavano con lui e gli davano qualche boffa leggera (schiaffetto), le domestiche una carezza o qualcosa da mangiare.

Per andare alla bottega di Mena, Tanino attraversava il Càssaro camminando vicoli-vicoli fino a sbucare dietro l’abside della Cattedrale e guardare i disegni geometrici sui muri. Poi girava dalla piazzetta dei Sette Angeli e scendeva da Santa Agata.

Stava per arrivare maggio e già da aprile tutta la zona era più del solito piena di soldati, soprattutto fra Palazzo Reale e la Cattedrale.

Le ronde si erano intensificate dopo gli attentati di inizio aprile e la sera non si poteva più circolare.

Da meno di un anno i soldati di Ferdinando erano diventati di Franceschiello ma, diceva fra se e se Tanino:

« sempre Borboni sono! »

Così fece il “giro largo” scendendo da Via Montevergini per salire poi da Via Del Cancelliere (Via Del Celso) e sbucare infine alla Uìdda.

La piazzetta della Guilla affascinava Tanino più di tanti altri luoghi perché dalle stradine in salita si arrivava in quello spazio assolato, dove d’estate poteva stare con gli amici lontano dai liquami del catoio e le costruzioni attorno sapevano di antico. Negli anfratti dei vicoli si potevano fare scoperte interessanti e nascondersi per giocare.

IV

La piazza prendeva il nome dalla chiesa di Sant’Agata alla Guilla perché era stata costruita proprio sopra la casa di Sant’Agata quando questa visse a Palermo. La casa era una “Villa” romana, da cui il nome.

Ma Uidda (Ouidian in Arabo) erano anche i guadi e i letti secchi dei corsi d’acqua e Tanino ancora ne poteva scorgere le tracce scendendo verso la parte bassa della piazzetta.

Il padre-del-padre di Tanino gli aveva raccontato che molto tempo prima, quasi duecento anni, in quei fossi ci passava il Papireto ma adesso erano secchi perché erano stati tutti ricoperti, tranne uno che usavano per scaricare i liquami, e i bambini non ci dovevano andare, era pericoloso! In certi inverni più piovosi, il Papireto usciva dal sottosuolo e riversava ancora la sua acqua in quel canale, ripulendolo.

Tanino, pur avendo nelle orecchie le raccomandazioni dei grandi, andava ugualmente ma con cautela vicino all’ultimo dei Uidda dove poteva pisciare, lanciare sassi ai topi e prendere qualche serpe col cappio. Infine si dirigeva verso la bottega di Mena.

I soldati perlustravano tutta la città, così Tanino aspettò che passassero per salire poi verso Sant’Agata.

Qualche giorno prima, facendo le consegne, aveva ascoltato le chiacchiere di due sguattere che, sghignazzando fra loro, dicevano cha a Sant’Agata erano arrivati nuovi Angeli

« Cosa c’é da ridere? » Pensava Tanino.

Era ancora un bambino e non sapeva che dentro il Convento di Sant’Agata c’era il “Conservatorio delle Maddalene Pentite”. Passava sempre davanti al muro del Convento per andare da Mena e di Angeli non ne aveva mai visti. D’altronde, diceva:

« Che ci sarebbe poi di strano? Gli Angeli non stanno sui muri delle chiese?

« …o forse le due cammarére (cameriere) parlavano di angeli veri?

« In tal caso le cose cambiano perché gli Angeli, vero è che sono santi, però sempre un poco agli spirdi assomigliano, cose curiose sono! »

Insomma, Tanino aveva rispetto per gli Angeli ma ancor più ne aveva timore.

Così quel giorno, passando davanti al muro del Convento, rallentò prestando ancor più attenzione alla via che percorreva.

Dalle finestre a grata, alte rispetto al piano stradale, non si scorgeva nulla, per cui continuò a procedere lentamente godendosi la frescura che veniva dal muro di arenaria umida.

Ad un tratto Tanino si bloccò, si immobilizzò paralizzando ogni muscolo e tese l’orecchio concentrato all’ascolto di un suono mai udito che proveniva dall’interno del Convento.

Era una voce dolcissima, altissima, celestiale, un canto che mai aveva udito uscire ne’ da bocca di donna ne’ dai bambini ai cori.

La voce meravigliosa, forte dentro le mura e attenuata sulla strada, riverberava nelle volte della cappella del convento e, come una eco in una cattedrale, fuoriusciva dalle finestre in alto e si propagava volteggiando nell’aria primaverile, sfiorava le foglie dei gelsi incolti ricoperti di sabbia dallo scirocco, scendeva sui piedi di Tanino, impietrito all’ombra del muro antico.

Cantava a Dio e a Maria. Non era il canto delle celebrazioni, assomigliava invece ai canti lenti che aveva sentito da suo padre ma in una lingua a lui sconosciuta.

Tanino era scantato morto ma quella voce gli aveva fatto battere forte il cuore e diventare allegro e triste insieme mentre la sua pelle si accapponava per l’emozione.

« Un Angelo! La voce di un Angelo vero! »

Disse fra se Tanino tremando di eccitazione.

Lo scanto era grande assai ma la curiosità ancora di più. Così, agilissimo, si arrampicò muovendosi come un geco sulle asperità del muro di Sant’Agata fino ad arrivare alla finestra da cui sembrava provenire quella voce.

Tenendosi con una mano abbarbicata al bordo della finestra e con le dita dell’altra aggrappato alla grata, controllò dapprima se passassero i soldati perché lo avrebbero sicuramente fermato.

Poi sbirciò all’interno dell’apertura.

All’interno sembrava tutto buio dato che Tanino aveva gli occhi pieni della luce della strada. Poi pian piano incominciò ad abituarsi all’oscurità dell’interno ed iniziò a distinguere i colori degli oggetti che riempivano quella grande sala in penombra. Era la cappella grande del Convento dove riconobbe le sagome dei banchi e qualche lumino acceso. Da una apertura superiore entrava un fascio di luce che illuminava un piccolo pezzo del pavimento di marmo e tagliava il buio come un coltello per effetto dell’aria della chiesa, satura di quella nebbia mischiata a incenso e fumi di candele.

Tanino continuò a scrutare ma il canto non si sentiva ormai più.

Stava per scendere giù dal muro quando lentamente qualcosa si mosse all’interno attirando la sua percezione e rendendolo nel frattempo ancora più in allerta.

Lentamente e con circospezione una figura avanzò verso la finestra, avvicinandosi verso Tanino entrando nel cono di luce proiettato dal soffitto, fino a mostrarsi tutta.

Tanino non aveva mai visto un viso simile. La pelle era così bianca, chiara da riflettere la luce che riceveva dall’alto e diffonderla attorno, i capelli erano lisci e neri, la bocca sorridente e il naso delicato con le lentiggini sopra e sugli zigomi.

Ma gli occhi… Gli occhi erano blu! Ma non azzurri, celesti, grigi, grigio-azzurri, violetto… No, blu, di un blu brillante mai visto prima in una persona, blu come quello delle scene sui Carretti in cui Orlando combatte con Rinaldo. Dietro una frangetta nerissima gli lo scrutavano con simpatia.

La figura sgranò gli occhi e aprì la bocca per parlare ma per Tanino fu troppo! Si lanciò all’indietro dal davanzale a cui era appeso saltando da un’altezza di quasi tre metri e arrivando a terra ruzzoloni, sbucciandosi le ginocchia e un gomito. Poi corse forsennatamente in discesa non sapendo neanche in quale direzione andare fino a rendersi conto che stava andando verso una pattuglia di soldati che, se lo avessero visto in quelle condizioni, lo avrebbero certamente fermato. Così girò sui talloni prendendo la strada in salita e svoltò a destra in direzione della bottega di Mena.

Mena lo vide arrivare trafelato e con le ginocchia sanguinanti.

« Che hai fatto!? »

Gli chiese.

« Se ti vede tua madre! »

Iniziò subito a ripulirlo e a mettere qualcosa sulle sbucciature.

« Niente! »

Rispose Tanino.

« Correvo per inseguire a Cecè e sono caduto. »

« Ma se Cecè se ne andò ora-ora che doveva portare il carbone a sua madre!? »

Tanino stava zitto.

« Tanino, non mi cuntare fesserie! »

Tanino stava sempre zitto.

« Tanino, ti dissi! »

A questo punto Tanino, un po’ per il “ti dissi”, un po’ perché non se la sentiva di tenersi dentro quel peso, parlò.

« Mena…»

« Eh, allora? »

« Vitti un Angelo, col sole, di giorno, uno vivo… »

A Mena veniva da sorridere ma vedeva che il bambino era sinceramente scosso.

« Se non mi credi ti ci porto così vedi che non ti cunto minchiate! »

Rincalzò Tanino vedendo l’espressione incredula di Mena.

« Ma dove lo vidisti a st’Angelo!? Vivo! »

« Al Convento di Sant’Agata, ora-ora, manco cinque minuti fa. »

« E ti parlò l’Angelo? Che ti disse? »

« No, non parlò, cantava. Io acchianai (salii) e lo vitti.

« Lo capii che era Angelo dalla voce e dagli occhi. Nessuno ce li ha così gli occhi, nessunissimo!

« Senti Mena, io lo so che noi Siciliani siamo tutti impastati con quelli che vennero qui prima di noi, ce lo disse Padre Santino. Ci furono i cinturoni romani che ammazzarono a Gesù, i Turchi nìvuri (neri), i Normanni biondi, quelli coi capelli rossi e altri, che a ‘stu minuto non ci penso ma nessuno ha la pelle del viso e l’occhi accussì, perché avrei visto altra gente così fra noi, invece no, l’Angelo è diverso.

« Ma tu lo sai chi ci abita dentro a Sant’Agata? »

Chiese Mena rendendosi conto che Tanino non sapeva “certe” cose.

« Lo sanno tutti. Le suore. »

« Senti, ma tu lo sai che ci sono certe donne che campano coi soldi che ci danno gli uomini per andarsi a chiudere assieme e dormire di nascosto? »

« Le buttane? »

« Eh, si. Le buttane. »

« Vabbè, ma che ci trase? (che c’entra?)»

« Ci trase che certe buttane alcune volte non lo vogliono fare più la buttana, ma però la devono fare per forza, perché se no quelli che le proteggono le ammazzano.

« Se le proteggono perché le ammazzano? »

« Dicono che le proteggono e invece si prendono i loro soldi. »

« Ah, una specie di Pizzo! Però peggio? »

Riflettè Tanino pensieroso.

Vedeva tutti i giorni tanti ragazzi del vicolo sfruttati per poche monete. Il fratello di Cecè faceva il Vastaso di portantine e se il cliente che trasportava si sporcava di fango non gli dava manco un Tornese bucato, dopo che quello, mischino, aveva camminato tutto il giorno.

Tanino non concepiva che quelle donne facessero quel lavoro assurdo e che per di più venissero private dei propri guadagni. Significava che erano schiave.

Tanino riprese:

« Quindi queste buttane? »

« Certune riescono a salvarsi perché se ne vanno da un prete tipo Padre Santino che scrive al Monsignore spiegando che quella buttana è pentita. Il Monsignore la chiama e ci parla e, se le crede (che è pentita), la manda a lavorare a Sant’Agata. Sant’Agata infatti si chiama Rifugio delle Maddalene Pentite.

« Tu lo sai cosa faceva Maria Maddalena? »

« La buttana. »

« Si, infatti. E Gesù la perdonò. Ma queste donne invece non le perdonano così facilmente. Non vengono solo da Palermo ma da tutto il Regno. Se qualcuna dopo che già è qui, ci nasce una bambina che aspettava, la deve regalare per forza al convento, così si fa suora di clausura.

« Clausura? »

« Non deve vedere più a nessuno, mai, per sempre, per tutta la vita. »

« E se la bambina non lo vuole fare la clausura? »

« Per forza la deve fare! Se no, o la abbandonano alla fame o la mandano incatenata all’inquisizione e sono cazzi terribili perché poi muoiono di mala maniera! Macari la mandano ai Dammuselli di Monreale. »

« Mio nonno mi disse che l’inquisizione finì quaranta anni fa. Pure Don Santino lo dice. »

« Ma quale?! E tu ci credi? Dicono che finì ma continua. Allora i Dammuselli che stanno a fare, un albergo? Mio cognato, il fratello di mio marito, ancora ci lavora. Sono venticinquemila impiegati dell’inquisizione a riposo. Secondo te scherzano, babbìano o continuano? L’inquisizione non la fanno più? E tu vero ci credi?

« A Monreale le celle dell’Inquisizione sono basse-basse e a forma di dammuso, senza finestre e non si può stare all’impiedi. Ci si va a morire. Ho sentito dire a uno che non posso dire il nome che se arriva Garibaldi la prima cosa che fa è distruggere quel carcere. »

Tanino era pensieroso e rifletteva, poi improvvisamente ricordò una cosa che aveva completamente rimosso durante la sua fuga a dirotto scappando via dall’Angelo: Mentre si trovava a mezz’aria in quel volo folle di tre metri la voce aveva detto:

« Come ti chiami? Comtù tappèl? (Comment tu t’appeles?) »

Nel frattempo entrò un cliente e chiese una caraffa per l’olio di quelle con beccuccio lungo che si usano per condire. Chiese anche se sapevano dirgli dove fare aggiustare una caraffa vecchia che trasudava.

« E’ da molto che trasuda olio? Se è assai che lo fa è difficile saldarla perché l’olio vecchio non fa attaccare lo stagno. Comunque deve andare dritto di qua verso la Cattedrale, »

lo disse mettendo la mano a taglio nella direzione che voleva indicare,

« poi scenda verso il Càssaro, lo passi dritto e vada verso la Chiesa del Gesù (Casa Professa). Arrivato, chieda di Via Calderai ed è arrivato. Chieda del signor Pino… Pino il padre perché c’è pure Pino il figlio.

« Ma se vuole la può lasciare a me che ci penso io e domani pomeriggio torna a prenderla. Se la possono aggiustare gliela faccio trovare fatta. Le viene un Grano e mezzo.

« Va bene, la lascio e torno domani. »

Disse il cliente, consegnando la caraffa vecchia a pagando la nuova. Mena avvolse la caraffa nuova in un foglio di giornale e gliela consegnò.

« Tanino va, portaci ‘sta oliera a Pino ai Calderai, Pino padre no Pino figlio che non lo sa fare. Poi torna subito. Anzi, mentre che passi dal Càssaro porta questi otto sacchi al signor Rodriguez che deve conservare le fave.

« Mena, ti devo dire che ho pensato una cosa.

« Mi ricordai: L’Angelo parlò. »

« Me lo cunti quando torni. Torna, sbrigati che parliamo, perché pure io ti devo finire di dire una cosa. »

Tanino partì per la commissione e tornò presto con un sacchetto di mandorle sgusciate che gli aveva regalato il signor Rodriguez. Si rigirava e fremeva per l’impazienza di raccontare a Mena cosa aveva ricordato aspettando che Mena mettesse a posto delle bottiglie.

« Allora, che ti ricordasti? »

« Mena, l’Angelo mi parlò. Io per lo scanto non ci pensavo. Non ti cuntai fesserie. »

« E che ti disse? »

« Mi disse: “come ti chiami?” ma con la parlata dei forestieri, poi un’altra cosa tipo “comu-tu-tappèlli” »

« Ecco, questo proprio ti volevo dire. Se l’Angelo era “Angelo”, non lo sapeva come ti chiamavi? Che era scimunito che te lo chiedeva? Non le sai queste cose? Manco tu mi pari che sei così intelligente! La seconda parola non la so. »

« Quanti anni aveva, ha questo Angelo? »

« La mia età… credo. »

« Ma tu come fu che lo vidisti? »

« Io passavo dalla acchianata di l’aciddàra (Via del Cancelliere / Via del Celso) perche a Piazza Sant’Agata alla Guilla c’erano i soldati di Franceschiello e poi avevo sentito dire che al Convento erano arrivati Angeli nuovi. Sentii cantare come non avevo sentito mai e mi sono arrampicato alla finestra. »

Mena rifletteva. Poi dopo un po’ disse:

« Tanino, io lo capii che cosa “veramente” vidisti ma ora non te lo voglio dire perché devo essere sicura. Se è come penso io deve restare un segreto altrimenti ci andiamo di mezzo io, tu e tutti gli altri.

« Devi fare così, stai attento, ascoltami benissimo, occhi aperti scricchiati, e non parlare con nessuno, dico nessuno, manco coi Santi. Tu domani quando fai il giro per venire qua da me ci vai di nuovo, acchiani (sali) a quella finestra senza farti vedere e ci spii all’Angelo come si chiama. Tutto quello che puoi sapere fattelo dire. Poi subito, corri e vieni da me. »

« Ma io mi scanto! »

« Ma tu ci devi andare quando i soldati non ci sono.»

« No, io mi scanto dell’Angelo non dei soldati. »

« Allora io parlo al vento! Non è Angelo quello! »

Disse Mena alzando il mento e passandovi sotto le quattro dita della mano destra a mo’ di negazione.

« Gli angeli che fa, parlano? »

Questa volta Mena mise la mano a carciofo muovendola avanti e indietro.

« Anzi certo-certissimo è che è una bambino come te anzi quella è femmina, una bambina. »

Stavolta Mena per rafforzare il “certo-certissimo” gesticolò socchiudendo gli occhi con la mano in orizzontale col palmo rivolto in avanti e verso terra.

V

Finito il lavoro Tanino tornava da sua madre, però non senza prima fermarsi per strada con gli altri a giocare e fare scherzi.

« Una bambina, »

pensava Tanino, mentre tornava verso casa.

« Bellissima. Io non ho mai visto una bambina più bella degli angeli nei quadri della chiesa. »

Arrivato al catoio non trovò suo padre che solitamente tornava verso le cinque del pomeriggio ma quella sera tardava. La madre di Tanino era in pena perché alle sei passavano le ronde e non si sarebbe più potuto circolare.

Invece dopo circa mezz’ora il padre di Tanino arrivo sporco e malconcio, senza Lillo e con una gamba sanguinante!

Rosa, vedendo il sangue che fuoriusciva copiosamente si portò le mani alla testa e disse:

« Qui ci vuole il Cerusico per dare i punti! »

« Ma quale Cerusico, Rosa! Vuoi che ci arrestino tutti? Tanino corri, vai da Mena e prendi una stearica, filo di gatto (catgut), balsamo canforato e spirito.

« I punti me li darà tua madre. Tu torna prima della ronda. »

Tanino tornò per tempo e dovette cambiare il méccio (stoppino) alla lampada ad olio per fare da lume alla minestra di ceci che la mamma aveva preparato per lui e i fratellini.

Odiava cambiare il méccio.

Bisognava sfilacciare dei panni vecchi o un po’ di canapa e tirar fuori la fibra da arrotolare fra pollice e indice fino a farne un filo. Poi occorreva rimuovere lo stoppino vecchio che nel frattempo era diventato carbonioso e ingommato di olio bruciacchiato. Se c’era ancora spago si poteva tirar fuori ancora un po’ di stoppino aiutandosi con un chiodino, poi aggiungere olio.

L’olio per le lampade era lo scarto dell’olio d’oliva. Si raschiava la murga dal fondo delle giare e si conservava per le lampade. La murga era puzzolente, nera, gommosa e macchiva le mani che si potevano pulire solo con la rina rossa e poi col sapone molle.

Intanto la madre di Tanino accese la candela che faceva più luce del lume ad olio, passò l’ago sulla fiamma, infilò il catgut nella cruna, quindi diede i punti e medicò la ferita. Poi la fasciò bene con bende pulite.

« Cosa è successo? »

« Io e due altri che abitano qui ai Canceddi tornavamo verso casa e ci fermarono due Picciotti che volevano pagato il pizzo.

« Dice che se gli diamo un quarto della giornata che buschiamo, ci fanno lavorare tranquilli. Noi gli dìssimo di no e incominciarono a volare parole grosse, poi ce la vedemmo con le mani. Mentre ci azzuffavamo arrivarono i soldati e i due Picciotti scapparono, ma uno dei due, prima di fuggire mi azziccò un colpo di coltello nella gamba.

« Ora lo scecco ce lo hanno i soldati come pegno e per riaverlo bisogna pagare la multa per azzuffatina.

« Ma dove lo tengono a Lillo? »

« E’ dietro al muro vecchio di Santa Cristina la Vetere, insieme ai cavalli della guarnigione. Ce lo dobbiamo andare a riprendere stanotte. »

« Sei pazzo! I soldati sanno dove abitiamo?

« No, perché mentre prendevano Lillo io scappai. Il fratello di Cecè già avvisò gli altri. Alla mezzanotte ci vediamo tutti al catoio di uno fidato che abita vicinissimo a Santa Cristina. Tanino viene con me perché deve fare da guardia ed avvisare se c’è pericolo. »

Rosa si mise a piangere ma capì che era l’unica soluzione possibile. Con lo scecco in pegno sarebbero presto risaliti a loro e non c’era tempo da perdere. Quindi si inginocchiò e si mise a pregare aspettando la mezzanotte, mentre Tanino e i suoi fratellini finivano di mangiare la minestra di ceci.

A mezzanotte c’era il secondo cambio di ronda e avevano dieci minuti di tempo per arrivare al catoio dell’amico fidato. Passando per i muri in ombra al riparo dalla luce della luna, arrivarono al catoio mentre Santa Maruzza scandiva i dodici rintocchi.

Il piano era semplice: attendere il giro della ronda attorno a Santa Cristina, scavalcare il muro e slegare Lillo, poi farlo uscire dal sagrato abbandonato.

Tanino doveva salire sull’altro lato del muro perimetrale di Santa Cristina e avvisare se i soldati tornavano indietro.

Tanino salì sul muro per fare la sua parte mentre gli altri cercavano di arrivare all’ingresso del recinto. Mentre era appiattito sul muro ed aspettava, Tanino guardava dall’alto il sagrato abbandonato illuminato dalla luna e in lontananza scorgeva i bagliori dei cannoni che si avvicinavano alla città. Garibaldi stava arrivando.

Ma perché Garibaldi arrivava? Padre Santino gli aveva detto che veniva liberare il popolo.

Ma da cosa, pensava Tanino? Non erano liberi? Perché veniva a liberare proprio loro? Forse alla fine di aprile sarebbe arrivato, era fra pochi giorni.

Intanto il padre di Tanino era arrivato al recinto ma avendo la gamba ferita non poteva scavalcare per cui a scavalcare il muro fu il fratello di Cecè, che sciolse Lillo. Il padre di Tanino fischiò sommessamente e Lillo subito lo raggiunse.

Tanino sentendo il segnale del padre, scese dal muro e arrivò in silenzio dall’altro lato poi, così com’erano arrivati, tornarono tenendosi all’ombra delle case e coprendosi dalla luce della luna.

All’una erano tutti ai propri catoi e Lillo nella “stalla”. Nessuno si era accorto di nulla. Solo Lillo era molto nervoso e la pelle del dorso gli fremeva velocemente e sbuffava come quando era pronto a sferrare un calcio.

Verso l’una vennero a bussare alla porta del catoio con dei tonfi sordi e sommessi: un compare li avvisava che i soldati stavano rastrellando casa per casa alla ricerca del somaro trafugato.

I colpi sordi dati nel silenzio della notte fecero trasalire Lillo, già nervoso per gli accadimenti della serata, che sferrò un calcio poderosissimo in direzione del muro frantumandone l’intonaco misto a canne, rivelando una cavità nascosta.

Tutti se ne stupirono meravigliati tranne il padre di Tanino.

« Mio padre me lo raccontò. »

Disse il padre di Tanino.

« Dal nostro catoio parte una delle tante gallerie che arriva alla Grotta dei Beati Paoli che si trova proprio qui accanto, sotto Santa Maruzza. Mio padre mi disse che era pericolosa, perché se non sapevi la strada ti perdevi in tutti quei cunicoli. Sono tantissimi e creati dall’acqua e da gente che visse qui prima di noi per farla scorrere e dare da bere alla città.

« Poi i Beati Paoli usarono le gallerie per passare da una cantina a un’altra e camminare in segreto. Mio padre la murò dicendomi:

« Non la aprire e non ci entrare mai perché ti finisce che resti perso sotto terra.

« Qualcuno conosce ancora oggi il cammino, ma io no.

« Adesso ci infiliamo Lillo, lo nascondiamo e richiudiamo il passaggio. Quando i soldati saranno andati via lo tireremo fuori. »

Così bendarono di stracci gli occhi di Lillo e gli misero sotto la bocca una coffa piena di biada freschissima, che attaccarono alle orecchie, per quietarlo e non farlo ragliare. Quindi lentamente allargarono la breccia e ve lo condussero mentre, con gli occhi oscurati e con la biada, era tranquillo e beato. Poi richiusero il foro con calce impastata ad acqua.

Quando passarono i soldati per l’ispezione trovarono soltanto una famiglia assonnata. Buttarono a terra il tavolo e rivoltarono due sedie, poi andarono via imprecando. Tanino ebbe la conferma che i soldati non amavano il popolo.

VI

L’indomani Tanino non riusciva ad alzarsi ma bisognava liberare Lillo e suo padre doveva andare al lavoro per non destare sospetti. Così fece tutto quello che c’era da fare, poi si diresse da Padre Santino.

Lungo la strada vide che gruppi di soldati trasportavano cannoni verso il Palazzo Reale ed altri che, scendendo dal Càssaro, trasportavano cannoni verso il Castello a Mare. Stava cambiando qualcosa.

A scuola durante la lezione Tanino chiese a Padre Santino da cosa o da chi Garibaldi li stava venendo a liberare. Padre Santino spiegò a lungo ai bambini cose importanti come i diritti, la dignità, l’onore, la indifferenza, la discriminazione, l’egoismo, la tirannia, il sopruso…

Ma i bambini non capivano bene. Non erano forse liberi di giocare? Non erano allegri e spensierati? Non gli mancava nulla…

Anche Tanino era perplesso. Di una cosa però era certo: odiava quei soldati e loro odiavano lui e la sua famiglia.

Con queste idee in testa, attese con impazienza gli otto rintocchi di Santa Chiara, perché doveva per forza trovare il modo di parlare con l’Angelo. Suonate le otto si incamminò senza aspettare la ricreazione.

In quel momento a Sant’Agata di soldati non ce n’erano ma lui comunque prese da sotto, da l’Aciddàra, perché doveva riuscire a parlare con l’Angelo e a scoprire qualcosa di più.

La giornata era magnifica come la precedente, soltanto nell’aria si sentiva odore di fumo e polvere ma Tanino avanzò con circospezione sfiorando con la mano la parete umida del muro di arenaria antica.

Arrivato sotto la finestra controllò se ci fossero soldati in giro e, come un piccolo rettile, si arrampico nuovamente sul muro quasi liscio appendendosi alle grate e alla balaustra.

La cappella giaceva nella penombra come il giorno prima e la lama di luce era allo stesso posto.

Tanino non fiatava trattenendo il respiro così tanto che il cuore cominciò a pulsargli nelle orecchie.

Ma ad un tratto l’Angelo riapparve diffondendo con la luce del suo volto diafano le pareti della chiesa. Stavolta sorrideva decisamente con gli occhi blu-blu leggermente strizzati e lo sguardo felice di rivederlo.

Tanino non mollò la balaustra ma tremava. Non aveva mai visto nulla di più sublime nella sua vita.

L’angelo parlò.

« Sei tornato! Come ti chiami? »

« Tanino. Tu come ti chiami? »

« Io sono Nawal. »

« Sei un Angelo? Sei vivo? »

« Viva, semmai! »

Rise Nawal strizzando ancora di più gli occhi bellissimi.

« Allora sei femmina? Sei una bambina? »

« Si, ma quante domande! Non si capisce? »

Continuò ridendo Nawal.

Tanino non capiva quello che gli stava accadendo. La voce di quella bambina era così armoniosa e delicata che gli attraversava il petto e gli toccava forte il cuore. Gli occhi blu lo guardavano con dolcezza ma intensamente e lui avrebbe riversato tutto se stesso in quello sguardo.

Voleva che lei uscisse da li e volasse con lui nello scirocco. Pensava in quel preciso momento di non appartenersi più ma di appartenere a lei e di essere per lei protezione e insieme protetto. Sudava, era felice.

« A cosa pensi Tanino? »

« Perché parli con la parlata dei forestieri? Non sei di qui? »

« Mia madre è nata nella terra di Francia e mio padre parlava l’Arabo e veniva dall’Africa ma io non l’ho mai conosciuto perché è morto prima che nascessi. Porto il nome di mia nonna Nawal che in arabo vuol dire “dono”.

« Mia madre, rimasta da sola, faceva la prostituta ed è voluta fuggire. Ma prima non poteva salvarsi perché aveva me. Le avevano detto che se portava dentro di se una bambina che non era ancora nata, allora sì, poteva venire a Sant’Agata e regalare la bambina alle suore. Così un giorno sarebbe diventata suora anche lei. Ma io ero già nata e nessuno voleva che mia madre venisse qui.

« Allora come ha fatto? »

« Mia madre è andata da una Vecchia che le ha dato una polvere verde fatta con l’erba. Prima di andare a parlare col Monsignore mia madre ha bevuto la medicina e così le è venuta una piccola pancia gonfia. Lei ha raccontato al Monsignore piangendo che aspettava una bambina perché figli maschi non ne poteva avere, e fu creduta.

« La notte che ci portarono qui di nascosto, (perché le suore non vogliono che si veda quando arrivano le donne) mia madre mi nascose sotto la sua gonna e, per moltissimi giorni sono vissuta sotto il suo letto di modo che le suore non sapessero nulla. Di notte dormivo con lei e di giorno mi nascondevo. Lei mi portava da mangiare e da bere, sempre di nascosto.

« A Pasqua, durante la visita del Monsignore, mentre tutti erano nel chiostro mia madre è salita da me, mi ha fatto uscire da sotto il letto, mi ha lavata e poi mi ha messo i vestiti preziosi che teneva per me nel suo sacco. Quindi mi ha fatto sedere sul letto.

« Non appena la madre cellaria mi ha visto si è portata le mani alla bocca per non gridare. Ormai era troppo tardi per dirlo al Monsignore, avrebbero mandato tutte le suore all’inquisizione per tradimento.

« Così, sono rimasta. »

« Non lo sa nessuno? »

« Non lo DEVE sapere nessuno. Ora devo stare nascosta, non posso uscire al sole, posso guardare il giardino soltanto dalle grate. Mi hanno insegnato a pregare e a cantare, diventerò una bravissima suora e poi potrò fare quello che voglio.

« Potrò uscire e giocare con gli altri bambini. Vorrai essere mio amico? Per sempre? »

« Ma tu vuoi fare la clausura? »

« Cosa è la clausura? »

« Nawal, la clausura è come vivono queste suore. Non possono uscire più, mai più. Devono stare qui e vivere qui fino all’ultimo, pregare e ubbidire. Non possono vedere amici e giocare ma devono lavorare secondo gli ordini della Superiora. Dovrai diventare come loro. Io non potrò essere tuo amico…»

Mentre diceva queste parole gli saliva il pianto in gola ma lo trattenne.

Nawal disse:

« Ma io non voglio, non voglio la clausura! »

Scappò via lasciando Tanino sconfortato.

Tanino scese lentamente dal muro e si incamminò verso la bottega di Mena che, vedendolo arrivare come un cane bastonato, gli stampò subito con allegria un bacio sulla guancia.

Lui si riprese immediatamente e incominciò con la manica a sfregarsi la guancia nel punto in cui il “terribile” neo lo aveva toccato.

« Ho parlato con l’Angelo. »

« Come si chiama? »

Chiese Mena sorridendo e incrociando le braccia.

« Si chiama Nawal, ma non posso dire altro perché è un grandissimo segreto. »

« E certo che è un segreto! Che ti dissi? Tanino, manco a me lo devi dire, manco a Dio, a nessuno. Capisti? A nessuno! Ora ti dico una cosa io che già avevo pensato:

« L’Angelo e’ una femmina, vero? Noi donne non siamo mai veramente libere, abbiamo sempre qualcuno che ci governa, un padre, uno zito, un marito, un “protettore”, un Picciotto… ma anche la Superiora, che comanda tutte le suore, ha chi la governa. E’ il Monsignore e altri sopra di lui.

« Perché credi che non mi sia mai più voluta maritare? Lo sai quanti mi vogliono?

« Voi uomini, anche tu che devi crescere, che ci comandate e ci governate siete schiavi del vostro stesso comando, non siete liberi di parlarci come vi dice il cuore perché dovete sottostare a troppe regole e siete costretti a comportarvi come ci insegna questa Società. »

« Ma io a Nawal parlerò solo con il cuore…»

« Si, forse adesso si, ma un giorno cambierai anche tu. »

« No, io non cambierò mai! »

Così dicendo uscì incazzatissimo, tornando verso la Guilla.

Risalì sulla finestra e cercò di chiamare Nawal, ma inutilmente.

Intanto pensava, come abbiamo fatto tutti con la fantasia di quando eravamo bambini, di prendere una spada e uccidere draghi e Monsignori, di volare sul convento, rapire Nawal e portarla via con se.

Nel momento in cui si rese conto delle sue reali forze e che forse neanche suo padre avrebbe potuto aiutarlo, si sentì stanco e incominciò a piangere sommessamente.

Nawal lo sentì e si avvicinò nuovamente a lui.

« Non piangere per me, io con la mia mamma sono contenta, non mi manca nulla. »

« Invece io ti farò uscire da qui e ti porterò a casa mia. La mia mamma non vede l’ora di avere una figlia femmina come te, starai per sempre con noi e saremo amici per tutta la vita. Ogni giorno verremo a trovare la tua vera mamma e staremo ore a parlare con lei. »

Tanino non aveva la benchè minima idea di quello che stesse dicendo ma ci credeva fermamente.

Anche Nawal gli credette. Aveva visto lo sguardo desideroso di tanti uomini che andavano a trovare sua madre, aveva visto lo sguardo di innocenza degli altri bambini giocare con lei per strada, aveva visto lo sguardo di indifferenza dei preti quando sua madre era in cerca di salvezza, ma nessuno la aveva mai guardata come Tanino e nessuno credeva così tanto in quello che diceva. Tanino la guardava come sei lei fosse già “grande” e avesse una vita felice.

VII

Mena arrivò correndo alla Guilla e vide Tanino aggrappato al muro come una lucertola.

« Che fai appizzàto lassù! Scendi subito! Tua madre ti cerca. Scappa a casa perché i Borboni iniziano a sparare, corri!

Tanino saltò giù d’un balzo e iniziò a correre per aria mentre che le gambe manco erano arrivate per terra.

Alcuni ribelli di Francesco Crispi avevo forzato i blocchi ed erano in città. I Borboni misero in funzione le artiglierie del Castello a Mare e del Palazzo Reale ed incominciarono a bombardare a tiro incrociato tutto il centro vecchio colpendo ribelli, civili, case, donne e bambini.

« Ci vogliono ammazzare! Disse Cecè,

« Sparano a-ccu-pigghio-pigghio! (chi prendo prendo) Per sparare a Garibaldi ammazzano pure a noi! »

Molti scappavano verso la campagna, dirigendosi verso Santa Maria di Monserrato (Chiesa delle Croci) dove era tutto disabitato e verde agricolo e c’erano anche delle grotte. Altri cercavano di unirsi ai ribelli.

Il padre di Tanino pensò a mettere in salvo la famiglia: aprì nuovamente il cunicolo che conduceva verso la Grotta dei Beati Paoli e portò dentro tutto quello che poteva: olio, viveri, acqua, lumi, giacigli, coperte. Quando ebbe preparato tutto fece entrare la famiglia nella galleria e per ultimi Lillo e la capretta Nenè, poi murò con la calce l’apertura dall’interno.

Le 48 ore trascorse nel cunicolo furono interminabili, perché da fuori provenivano i rumori della battaglia e rimbombavano nelle gallerie sotterranee in cui non osavano avventurarsi.

Trascorso tutto quel tempo a un certo punto i rumori cessarono. Poi, dopo un tempo imprecisato, sentirono i rintocchi di Santa Maruzza che scampanava a festa. Era il 30 aprile.

Uscirono dal cunicolo fuori dal catoio strizzando gli occhi per la luce fortissima a cui non erano ancora abituati.

L’aria odorava di battaglia e di polvere.

In Piazza San Cosma e Damiano videro dei ragazzi che correvano festosi sbandierando pezzi di stoffa rossa e alcuni avevano la giacca rossa o un fazzoletto rosso al collo.

« Sono entrati da Porta Termini all’inizio di Via Maqueda e ora stanno per arrivare in Piazza Pretoria. Voi non venite? »

Il padre di Tanino salì sul dorso di Lillo e tese un braccio a suo figlio per tirarlo con lui sulla groppa, quindi si diresse anche lui a Piazza Pretoria con gli altri.

La folla era una fiumana e lungo la strada incontrarono tantissime persone che conoscevano. Ad un tratto Tanino scorse Padre Santino che correva tenendo il cappello con una mano e una valigia di cartone nell’altra.

« Don Santino! Dove andate? »

« Scappo, perché a noi preti ci vogliono ammazzare. Stiamo aprendo le chiese e lasciamo tutto! Dice che devono aprire e buttare per terra il carcere di Monreale.»

« Ma voi siete buono e ci volete bene, non vi faranno niente…»

« Loro non mi conoscono, non lo sanno! Vi saluto e vi benedico. »

Così dicendo, tese due dita in segno di benedizione verso Tanino e suo padre e sparì fra la folla.

Il padre di Tanino teneva un fazzoletto rosso al collo mentre Tanino, orgoglioso di stare seduto davanti a lui, aveva una fascia rossa alla vita. Un fazzoletto rosso lo avevano messo macàri attaccato alla testa di Lillo.

Da lontano vide arrivare degli ufficiali in divisa rossa e pantaloni bianchi e, fra questi scorse il Generale con la barba e il mantello che saliva sugli scalini della Fontana della Vergogna mentre la folla esultava.

Girandosi indietro vide alcune suore che correvano. Scappavano come Padre Santino.

Allora Tanino capì.

Capì chi e cosa Garibaldi stava liberando.

Ricordò tutte le spiegazioni sulla dignità e la schiavitù di Padre Santino.

Ricordò le frasi di Mena.

Ricordò la storia di Nawal.

Capì che il “liberato” era lui e tutti quelli che come lui, suo padre e sua madre vivevano soggiogati dai prepotenti.

Gli si accese una nuova speranza.

Capì che i bambini, crescendo, sarebbero adesso potuti diventare come gli altri e non restare per sempre reclusi all’interno del loro ceto.

Capì che stava per finire la schiavitù di quelle donne che per sopravvivere dovevano cedere se stesse e i figli alla chiesa.

Fu proprio in quel momento che vide due suore del Convento di Sant’Agata che fuggivano anche loro!

Non aveva bisogno più di uccidere draghi né di volare: Nawal adesso poteva davvero fuggire con lui, doveva subito dirglielo.

Saltò immediatamente giù dal dorso di Lillo.

« Devo fare subito una cosa! Vado alla Guilla e torno. »

Tanino corse per via Maqueda come un matto, attraversò Piazza Villena (Quattro Canti) saltando fra la folla e salì per Via del Cancelliere col cuore in gola per la gioia e l’emozione. Stava per andare a liberare Nawal.

Le sue piccole gambe di bambino correvano sui passi di una nuova grande generazione.

Marcello Troisi