Riflessioni su “Le cicatrici d’oro” di Maria Adele Cipolla. (marcello mussolin)

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(di Marcello Mussolin)

Un romanzo storico ambientato in Sicilia a metà degli anni sessanta, poco prima dell’ondata riformatrice del sessantotto e dei movimenti femministi. Una storia di riscatto femminile che ha sullo sfondo il rapimento di Francesca Viola, la vicenda che diede inizio alla lenta riformulazione del diritto di famiglia. (M.A.C.)

Avevo pensato di cominciare queste riflessioni con “…Ma ci pensate che stiamo mangiando un piatto arabo, in un quartiere ebraico di una città italiana? Questa è la Sicilia!”, che ritrovo nelle ultime pagine del romanzo.

Sarebbe stato un bell’inizio, specie in una pagina che richiama già nel nome la magnificenza della Capitale dell’isola (il termine è voluto). 

Ma ho cambiato idea: quando leggo un libro, specie di qualcuno che conosco, provo una sorta di disagio “dilettantesco” a recensirlo: se non mi piace lo interrompo a metà e faccio finta di dimenticarmi di aver promesso la recensione. 

Ma se il libro lo finisco, come in questo caso (direi, con commozione), preferisco parlare delle miesensazioni e riflessioni, tanto, per sapere di cosa parla, c’è sempre la sinossi, che fedelmente riporto a piè di pagina.

Riformulo, dunque: la via Marchese Ugo è il luogo, realmente esistente (lo dico per i non palermitani), dove Maria Adele Cipolla ambienta il suo romanzo.

La strada,  negli anni 70, era il luogo simbolo della borghesia palermitana. Forse lo è ancora, anche se con “vesti” o abitanti diversi.

Per noi “melini” di allora – il Meli che ci ostiniamo a definire “di piazza Croci” anche se poi qualche amica inutilmente polemica si ostina ad affermare che non esiste una piazza Croci a Palermo e che il Meli era in via Libertà – per noi melini, dicevo, la strada era terreno di aspre contese. 

Manco sul vialone si babbiava, in effetti, tra ordine nuovo, brigate rosse e camionette dei celerini. Ma questa è un’altra storia.

Di fronte avevamo il Giardino Inglese, quello che Rita, la protagonista del libro di Maria Adele, vuole vietare alla figlia perché “ci sono i maniaci” e che negli anni ‘70 invece era frequentato, nei suoi tanti anfratti, da ragazzi che, marinando la scuola, avevano fatto la spesa dal droghiere… 

Alle nostre spalle le ambite “Ancelle”, frequentatrici dell’Istituto religioso “Sacro Cuore di Gesù” davanti ai cui cancelli ci appostavamo per veder passare le ragazzine con la gonna blu ed i gambaletti, tutte uguali, tutte snob, tutte figlie della Palermo Bbane ben sapendo che mai sarebbero state interessate a noi poveri fessi con l’eskimo. Stavo per dire “che non ce l’avrebbero mai data”, ma non lo dico. E quindi definite unanimemente… (ometto per decenza)

La Palermo degli anni 60 era una città due volte distrutta. Neanche un ventennio prima, le forze alleate si erano divertite a sventrarla, azzerando quasi del tutto il patrimonio artistico, culturale e storico del suo cuore pulsante, ove avevano sede, tra l’altro, i palazzi nobiliari dei potenti.

A metà degli anni 60 un’altra distruzione, stavolta politica, clientelare e perché no?, mafiosa, sventrava nuovamente la città per costruire i nuovi quartieri a nord, quelli oltre la via Libertà, dove man mano si sarebbero spostati i palermitani “orfani” del centro storico, rimasto vuoto fino a pochi anni fa.

Fra le due zone erano i quartieri dei ricchi. “…Una giovane classe dirigente della città di Palermo, abbandonate le vecchie dimore patrizie fra i detriti della guerra, si era insediata in una lingua di terra leggermente rialzata con alle spalle la località Terre Rosse e affacciata sul viale della Libertà…”: l’alta borghesia, i padroni, i nuovi custodi (a quei tempi si diceva più prosaicamente “cani da guardia del sistema”) dell’immobilismo stagnante della Sicilia come lo furono i Gattopardi ormai scomparsi, protetti da leggi a misura d’uomo, inteso proprio come essere umano rigorosamente di sesso maschile. 

Già: erano i tempi in cui ci illudevamo che la borghesia si combattesse con le canzoni di Claudio Lolli e Francesco Guccini, incuranti della sua precisazione che “però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni”. 

Aneliti di libertà e democrazia morti con la politica arrembante di fine anni ‘90, con la nuova borghesia di Palermo, con i nuovi ricchi, con il ballo delle debuttanti per celebrarne l’ingresso in società, quest’anno pubblicizzato con somma enfasi. 

Divago, al solito.

Più avanti rispetto alle Ancelle, si erge il Gonzaga, equivalente maschile di stampo gesuita, dove c’erano i maschietti fighetti, quelli antipatici, altrettanto snob delle loro ancillari coetanee, quelli cui tutto era dovuto e con i quali erano epici scontri, anche fisici (botte, sì, botte), forse più ancora che con gli studenti del Garibaldi di via Canonico Rotolo, divisi da noi melini solo da sana – ma acerrima – rivalità politico/scolastica. 

E comunque le manifestazioni partivano sempre da piazza Croci, appunto, mica da via Canonico Rotolo… 

Il pomeriggio, poi, i fighetti e le ancelle si riunivano sempre lì, sempre in via Marchese Ugo ma stavolta davanti al cinema Fiamma a scambiarsi le siga, a chiedere il sippino per le telefonate, il centino per la benza del vespino ed a parlare con le e allargate che manco la rana dalla bocca grande. 

Pochi anni più tardi – poi – avrebbero indossato i piumoni moncler e le timberland. Ma sempre con le e apertissime.

Chi legge oggi, specie se di giovane età, non potrà riconoscere né questa Palermo degli anni ’70, né quella del libro, ambientato solamente dieci anni prima. 

Gli anni ’60, i primi anni 60, checché ne pensi Gianni Minà, non erano così mitici. Il 68 era ancora lontano, gli anni di piombo pure, ma non esito, per quel che mi compete, a definire “politico” il romanzo che Maria Adele Cipolla presenta come “storico”.

C’è una storia, infatti, quella dell’emancipazione di una donna – Rita Ferrero – che, travolta dagli eventi, rivede al ribasso la sua esistenza fino ad allora alto borghese, una vita da Via Marchese Ugoappunto, per affrancarsi da una società maschile e maschilista, quella stessa società che, per dirla con parole dell’autrice, identificava  “…una persona di sesso femminile (come) plasmata su un modello che la costringeva in argini precisi…”. in un epoca nella quale “…c’erano invece delle entità astratte e discutibili, la moralità pubblica e il buon costume, che sembravano ispirare la maggior parte degli articoli (dei codici) riguardanti i rapporti fra gli uomini e le donne, persino la violenza carnale. Questa morale pubblica era quindi una sorta di occhio pudico che nulla voleva vedere ma tutto permetteva…”

Non c’era il divorzio, nei mitici anni ’60. Il matrimonio poteva esser sciolto dalla Sacra Rota, e solo per colpa (della donna, Ça va sans dire). Risoluzione che, di fatto, privava la donna stessa di molti dei suoi diritti, da quelli sui figli a quelli sul patrimonio. “..Neanche l’abbandono del tetto coniugale era dimostrabile, a parte il fatto che la legge lo puniva, col carcere, solo nel caso che a compierlo fosse la moglie piuttosto che il marito…”

Adoro quando si usa “piuttosto che” a proposito e non ad mentula canis come d’uso oggi. Grazie, Maria Adele.

Scelta difficile, quella di Rita: “…lei voleva essere una buona moglie e una buona madre, l’aveva desiderato in ogni notte passata fuori dalle mura domestiche, in ogni momento di intemperanza materna e sapeva che il progetto di un solido matrimonio era tutto quello che voleva…”

Ma scelta di libertà, infine. Donna, libera, indipendente. 

Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, direbbe il mio Guccini: un impeto di emancipazione e di cambiamento dal basso, dal popolo, innescato da una giovane donna di Alcamo, la diciassettenne Franca Viola che, rifiutandosi di sposare il suo sequestratore, abbattè un muro fino ad allora solidissimo, suffragato da una legge iniqua, l’art. 544 del codice penale che “…prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale in caso di successivo matrimonio …“

Giusto per farlo capire ai nostri figli, che non hanno idea di ciò di cui stiamo discutendo, ribadiamo: un uomo che commetteva una violenza carnale poteva estinguere il reato “semplicemente” sposando la donna oggetto di violenza. Il reato è stato definitivamente estinto – ancorchè inefficace dal 1981 – solo con legge 15 febbraio 1996 nr. 66. Ci son voluti 30 anni dalla denuncia di Franca Viola.

Alcamo, invero, mi ricorda un’alta storia, un altro tentativo di stupro. Ricordate Cielo d’Alcamo? Ce lo “impolpettano” a scuola come primo esempio del volgare italiano, prima ancora della scuola fiorentina, per quella sua “Rosa Fresca Aulentissima” inteso dai nostri docenti come una semplice giullarata. Non mi ricordo, infatti, che mai il professore si prese la briga di spiegarcene il senso.

In realtà Cielo, che meno signorilmente si faceva chiamare “Ciullo”, chiaro riferimento sessuale, già in forma di scherzo attaccava i potenti dell’epoca che nessun rispetto avevano della donna, oggetto di appagamento delle bramosie sessuali.

“Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fare?

Una difensa mèt[t]oci  di dumili’ agostari;

non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha ‘n Bari.

Viva lo ‘mperadore, graz[i’] a Deo!

intendi, bella, quel che ti dico io?” (*)

Dal 1250 (più o meno) a quel 26 dicembre del 1965, giorno del rapimento di Franca, insomma, non era cambiato niente. Toccherà attendere la ribellione di una donna di un paese arroccato sulle proprie tradizioni, una diciassettenne figlia di contadini – non una ricca borghese – per far saltare il banco. 

Quella di Franca e delle donne di Alcamo, conclude l’autrice opportunamente citando Leonardo Sciascia, “…è stata intesa come una rivolta individuale contro un costume e un ambiente in cui da secoli si consuma la degradazione della donna a oggetto privo di volontà e di sentimento. Ma senza tener conto che a questa degradazione ha tenuto e tiene mano lo Stato con le sue leggi, quello stesso Stato che secondo alcuni dovrebbe insignire Viola di onorificenze nel tempo stesso che mantiene l’articolo di legge che, in pratica, è stato per Filippo Melodia elemento di istigazione a delinquere (articolo 544). È un discorso che abbiamo già fatto per il delitto d’onore. Si ha un bel dire che nasce una nuova Sicilia nella misura in cui l’omicidio per causa d’onore viene giudicato come omicidio senza giustificazioni di valore morale e il ratto a scopo di matrimonio come atto di delinquenza senza giustificazioni sentimentali, ma la realtà è che leggi dello stato sono lì, a giustificare, ad attenuare, a conferire moralità e sentimento alla violenza, al delitto…” (Leonardo Sciascia, giornale L’Ora: “C’è un altro imputato ed è il codice penale”, 1966) 

Concludendo: forse, dico forse,  permettendomi una piccola nota critica, l’autrice si abbandona, di tanto in tanto, ad accurate descrizioni della Palermo di allora parlandone come con un’amica davanti ad un tè, citando quasi nostalgicamente vie, piazze, negozi, ambienti ed abitudini che poco o nulla potrebbero dire ad un lettore “del continente”. 

Ma è un peccato che le si perdona. 

Il caso di Franca è storia, vi rimando alla lettura del libro ed alle pagine di google ed internet per saperne di più. Del resto, come anticipato, poco sotto troverete la sinossi del libro, curato di persona personalmente dall’autrice medesima, della quale troverete anche una breve biografia. Unite le due cose, si capiscono tante cose. 

Piccola postilla: se qualche professore ha avuto la briga di leggere questo torrente di parole, suggerisco di coinvolgere i propri alunni quantomeno sull’ultima parte del libro, dove viene dettagliatamente ricostruita, storicamente e giuridicamente, la vicenda di Franca.

(*) Il riferimento agli “agostari”, recita Wikipedia,  permette una datazione congetturale; si parla infatti di una multa altissima che Federico II aveva emesso in favore dei nobili. La “difensa”, o “defensa”, a protezione dell’aggressore con le Costituzioni Melfitane del 1231, grazie alla quale uno stupratore che avesse pagato sul momento una grossa somma di denaro e avesse gridato “viva l’imperatore” non poteva essere né accusato di stupro né tanto meno aggredito, pena per gli eventuali aggressori l’impiccagione sul posto. 

Sinossi dell’opera

Negli anni 1965-1966, in Sicilia, il romanzo segue le vicende di Rita, moglie ideale, signora della borghesia Palermitana, madre di due bambine, la cui vita è spezzata dall’abbandono del marito. Con un salto all’indietro scopriamo il difficile rapporto con la madre, la formazione culturale in due educandati (uno dei quali è Poggio Imperiale), quella sentimentale durante la degenza in un sanatorio sulle Alpi. Durante la sua separazione, la vita di Rita verrà influenzata dalle vicende reali di Francesca Viola, determinate dal rifiuto della ragazza di sposare il suo rapitore, prima riferite dalla sua domestica e poi apprese dalle cronache. Rita farà tesoro delle esperienze del passato e dell’esempio di Francesca, per comportarsi controcorrente: non approfittando dei tentennamenti del marito per una riconciliazione, rispolverando la sua laurea in giurisprudenza per tentare il concorso per la magistratura, da poco aperto anche alle donne. Per approfondire la sua preparazione, Rita seguirà il processo di Francesca, la vedrà da lontano nell’aula del Tribunale di Trapani e gioirà per il suo riscatto, che segna una svolta nel lungo cammino per la riformulazione del diritto di famiglia in Italia. Un salto in avanti di dieci anni ci mostra Rita in un secondo matrimonio che poggia su basi paritarie; le figlie, ora giovani donne, che frequentano i collettivi femministi; mentre lei è stata una delle prime siciliane a vincere il concorso in magistratura. 

Biografia

Maria Adele Cipolla è nata a Palermo nel 1957. Si è diplomata a Palermo al Liceo Classico Garibaldi e a Firenze all’ISIA. Ha lavorato nel mondo dello spettacolo come costumista, scultrice e scenografa (Teatro Biondo Stabile di Palermo, Taormina Arte, INDA, Orestiadi di Gibellina, Teatro Vittorio Emanuele di Messina, Festino di Palermo). E’ stata consulente in progetti di ricerca e sviluppo del l’Unione Europea sul tema del tessile e dell’abbigliamento (Texmedin, TCBL, CreativeWear). Sin da giovane si è stata impegnata nella vita civica e politica. Nel 1995 ha pubblicato “Vivi Villa Trabia, diario piccolo di vita cittadina” (edizioni Gelka). Nel 2011, insieme ad altri autori ha pubblicato la raccolta “Un estate a Palermo” (edizioni Di Lorenzo). Dal 2003 al 2011, con varie revisioni, ha scritto “A mani nude, vite di magnifici perdenti”. “Le Cicatrici d’oro”, scritto fra il novembre 2018 e l’aprile 2019, è il suo secondo romanzo. È stata una delle redattrici della rivista bimestrale Mezzocielo. Il suo blog personale è www.amaninude.com

tutte le bellissime illustrazioni sono di Maria Adele Cipolla.

www.palermofelicissima.it

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