‘U Signuri nni scanza…’ di Paola Pace La Pegna

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Dopo poco più di un mese, ho deciso di raccontarvi una brutta storia a lieto fine.
Non scrivo per il piacere di parlarne, essendo una cosa molto privata, ma per raccontare che, nonostante il periodo storico ed il momento particolare durissimi, anche la situazione più brutta, può fare nascere in sorriso, anche (e soprattutto) a Palermo…

Avete presente quella telefonata che le mamme sperano sempre di non ricevere?
E quando si passa davanti alla scena di un incidente e le prime parole che si formulano in mente sono:

”U’ Signuri scanzassi ogni figghi’ i matri”?

Ecco, a me, il pomeriggio del 1° novembre mi sono capitate tutte e due le cose.
Prima il cellulare che squilla, il nome di tuo figlio che lampeggia, e la botta di sentire l amico che dice “abbiamo avuto un incidente, Daniele è a terra, sta arrivando la ambulanza..”, e poi l’arrivo concitato sul posto, la prima cosa che noti è il nastro bianco e rosso, e poi vedi la moto a ruote all’ aria, e vicino una persona per terra che ti rendi conto essere tuo figlio, che è cosciente, ma confuso, e qualcuno che ti dice “il ragazzo non correva, è stata l’auto a non rispettare lo stop”…

Poi.. tutto il film di un incidente in pandemia.. ambulanza, attesa davanti al P.S., tuo figlio che lacrima dal dolore, ma nessuno può fare nulla prima del tampone, poi arriva il medico a bordo, il tampone a lui ed a te, grazie al Cielo negativo, ed allora, dopo 2 ore e 35 minuti possiamo lasciare l’ambulanza, siamo ammessi al Triage, e tu che ringrazi tutti i Santi (è pure la giornata giusta) che tuo figlio sia ancora minorenne, così puoi seguirlo passo passo, sentendoti addosso gli occhi di chi, invece, è costretto a stare fuori, perché i loro bisognosi di cure sono adulti…

Ed il tuo telefono che squilla, il suo che continua a ricevere messaggi (quando lui potrà rispondere, saranno circa 500), il pensiero al ragazzo che era con lui e che è sull’altra ambulanza ( per fortuna, nulla di rotto, alla fine), l’altro tuo figlio che vuole notizie da girare alla polizia urbana, tuo marito che ti chiede come va, i parenti che chiamano e devi tranquillizzarli tu, che tutto sei, tranne che tranquilla, perché il tuo guerriero non si lamenta, ma il suo viso parla per il suo dolore.

E poi arriva lui…

Il portantino, quello chiamato dal dottore che sei riuscita a bloccare, chiedendo aiuto, il dottore che ha visitato tuo figlio e gli ha detto, facendogli in sorriso: “ora risolviamo, ti affido ad un mio amico”… e l’amico arriva, barelliere con gli occhi chiari ed i capelli bianchi, sorriso sbilenco ma contagioso, afferra saldamente la barella, e mentre comincia a spostarla verso l’ascensore, guarda tuo figlio e fa:

“Come ti chiami?”
“Daniele”
“Daniele, ma quanto sì avuto?”
“Un metro e 80, quasi”
“Sicuru? Pi mmia chiossai… U virì ca ti niesciuno i pièri rà barella? Ora ci miettu a prolunga..”


Che bello sentire tuo figlio dire


“Non mi faccia ridere, che mi fa male tutto..”

E sentire il barelliere bianco rispondere..


“E tu un ti preoccupare, Ca’ si ti fa male, vuoli riri Ca’ sì vivo, e già è una cosa… E poi, guarda mamma … Ti ha sentito ridere e le si sono illuminati gli occhi… Valeva la pena, no?”

Da quel momento, tutto comincia a girare .

Daniele viene rivoltato come un calzino..

Esaminato, monitorato, controllato, seguito ed anche accarezzato e complimentato (‘lo sappiamo che stai soffrendo, anche se non apri bocca. Sei un grande…‘ cit. addetta all ecografia), mentre io ringrazio mentalmente la tanto bistrattata sanità nazionale, che se fossimo stati negli Stati Uniti, come minimo avrei dovuto accendere un mutuo, e su tutti sempre lui, il barelliere che lo trasporta dappertutto, che continua a farlo ridere e a schiacciare l occhio a me, tranquillizzandomi .. e quando è il momento, lo aiuta a sollevarsi dalla barella e lo sorregge fino alla sedia a rotelle che lui stesso ha recuperato per mio figlio .

E poi, quando il peggio è ormai passsato sparisce, prima ancora che possa ringraziarlo ..
Per la cronaca, Dani se l’è cavata con ‘soltanto’ clavicola e polso destro rotti, ed un brutto colpo di frusta. Praticamente il minimo sindacale per un incidente così brutto.

Siamo usciti dall ospedale dopo 9 ore, passando davanti a tante persone sempre in attesa, fuori dal P.S., che sembrava un posto surreale, con i sedili vuoti ed i paraventi posizionati a scacchiera per fare i tamponi a chi doveva essere poi visitato, mentre il ‘mondo’ fuori, spingeva sui vetri, ma non oltrepassava le porte..


Eravamo distrutti dalla tensione e dalla fatica ( e Dani anche dal dolore, finito l’effetto del primo di tanti antidolorifici), ma felici di essercela cavata solo con un paio di ossa rotte, ed avevamo ancora dentro la testa un paio di occhi chiari ed un sorriso sbilenco.

Non ho potuto farlo subito, lo faccio adesso:

Grazie di cuore, canuto barelliere buono 😘

(testo di Paola Pace La Pegna, foto dal web – free copyright)

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