CRONACA DI UN VIAGGIO MANCATO, di Marcello Gaglio

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8 marzo, la Lombardia e il Piemonte sono oramai territori denominati “zona rossa” , causa la “bestia” Coronavirus.

In Liguria (dove ho la residenza da 35 anni), si vive con attenzione ai ”vicini” di regione, ma nessuna limitazione.

Avevo deciso di “scendere a Casa”, come usiamo dire noi trasfertisti per sempre, dopo quasi due anni di assenza per vari motivi, anche di salute.

Scelgo, come abitudine, il mezzo più comodo…la nave!

20 ore di viaggio da Genova a Palermo, con il motore al seguito per essere libero di muovermi sull’isola. All’imbarco, nessun problema, nessun controllo oltre a quelli di routine, partenza regolare e…alla via così.

9 marzo, viaggio tranquillo, un po’ di onde lunghe a ricordarci che siamo per mare e finalmente, guardando l’orizzonte verso l’Africa quando oramai il sole ha fatto il suo ultimo saluto quotidiano, il porto!

Si rinnovano emozioni, palpitazioni, lacrimucce, voglia di scendere a terra!

Dopo la solita lunga e interminabile attesa, finalmente si può sbarcare. E c’è una cosa che non capirò mai: quando il mio mezzo si trova nel garage “C”, iniziano a fare sbarcare quelli nel garage”D”…e viceversa. Come a volere dire: Te la devi sudare sta scinnuta!

 Ma noi “terroni” non ci arrendiamo mai, siamo temprati a tutto. Non per niente, parafrasando il principe della risata, Totò, “ho fatto il militare a Cuneo”.

Sceso a terra e prima di andare a prendere le chiavi della foresteria, un giro in città. Via Notarbartolo, Via Malaspina, Via Palagonìa, Via Tramontana, Largo Carissimi. Una sosta davanti a quella che fu la mia casa, dal primo vagito di quasi 54 anni fa, all’8 luglio del 2016; la tristezza nel vedere tutte le luci spente come se, sebbene fosse abitata da altra gente, in quella casa non ci fosse più vita.

Prendo possesso della foresteria, in via Cavour.

Non ho voglia di disfare le borse, lo faccio domani, penso. Prendo solo il “cambio” per una doccia, mi sdraio sul letto e, beatamente, mi guardo “Salvuccio” Montalbano alla TV. 

Ho già il programma dei giorni a  venire, che poi di programma non si tratta, ma di mero e ineludibile bisogno interiore; Pane e panelle a Mondello, rosticceria al New Paradise, acchianata dalla Santuzza, ai Rotoli dalla tomba di Mamma. Lunghe passeggiate a piedi nel quadrilatero Libertà, Dante, Malaspina, Notarbartolo; un salto al mercoledì nel mercato delle pagode, sul piazzale della stazione. Quel tunnel sospeso che ho visto costruire da bambino, quando la stazione non esisteva ancora  e camminando sul ponte per andare a scuola si sperava di vedere passare il treno sull’unico binario esistente, in uscita dalla galleria che partiva dalla ex stazione Lolli.

Poi una bella corsa in moto fino a Casteltermini, nella tomba di famiglia, a trovare i nonni, gli zii, mio papà e mio fratello. E già che ci sono, vedere se c’è la possibilità di visitare l’interno della miniera di zolfo di Cozzo Disi, dove papà lavorò già da “caruso”, fino alla chiamata alle armi.

E tante altre cose in mente…

Scorrono le notizie al TG; vengono ritrasmesse le immagini dell’orda di gente alla stazione di Milano che la sera prima avevano preso d’assalto i treni a lunga percorrenza,verso Sud. 

L’Italia si preparava alla chiusura totale o, come piace a molti esterofili, Lockdown.

Finito il TG e il programma di Amadeus…pronto per Salvuccio. Stasera ci si riposa e da domani inizia il soggiorno. Illuso!

“Edizione straordinaria“.

Dalla mezzanotte, l’Italia si chiude. Non esisterà più una zona rossa perché l’Italia tutta, sarà “Zona rossa”. 

E ora? Che faccio Io? Dove vado? Mi devo dichiarare in Comune, visto che non sono più anagraficamente residente? In foresteria non potrò più stare; dai parenti…non conviene; Casa mia…non c’è più, svenduta per 30 denari di Giuda memoria. (dovrei aprire un intero capitolo solo per il tradimento).  E se mi sentissi male? Avrei potuto anche essere affetto da CoVID-19 ed esserne ancora ignaro.

Per la prima volta ho vissuto una sensazione terribile: SONO UN INTRUSO A CASA MIA.

Non rimaneva da fare solo che una cosa: riprendere la nave, sfruttando una delle possibilità di movimento concesse dal primo decreto restrittivo e cioè, il rientro al proprio domicilio.

Mestamente, homepage Grandi Navi Veloci, biglietto destinazione Genova per il giorno successivo.

Ovviamente, la notte è trascorsa insonne.

10 marzo, chiuso come un ladro dentro le mura di una caserma. Per scelta, non avevo comunicato quasi a nessuno la mia scinnuta a casa; volevo fare una sorpresa agli affetti più cari; la sorpresa,  gli eventi, l’avevano fatta a me. Chiuso come un riccio, ho aspettato tutto il giorno che si facessero le ore 21:00, per recarmi all’imbarco. Ho tenuto per me solo, forse sbagliando, la tristezza del momento. Non volevo che altri soffrissero nel sapermi lì a due passi, senza potersi vedere. Forse, le maglie dei controlli non sarebbero state ancora così strette, ma non volevo essere la causa di possibili accertamenti e/o denunce.

INTRUSO A CASA MIA, mi ripeto.

Da via Cavour al Molo S. Lucia, nemmeno il tempo di scaldare il motore.

Ben 2 autocertificazioni, controllo della vigilanza portuale, controllo della Polizia di Stato, controllo sanitario con termoscan da parte di addetti muniti di tute sterili integrali, guanti e mascherine. Posso imbarcarmi.

In tutti gli anni di traversate via mare, c’era sempre stato un momento critico: lo stare immobile sul ponte esterno di dritta della nave, la partenza, il distacco dal molo, l’uscita dal porto, l’allontanamento, le luci sempre più distanti, l’arrivederci, il vento fra i capelli, il cuore schiacciato come una spugna strizzata in mano, le lacrime!

Questa volta…no. Non ce l’ho fatta. Sono rimasto chiuso in cabina, con l’unica concessione di una veloce “taliata” dall’oblò, prima di altre 20 ore di viaggio.

Ciao Casa, spero di rivederti presto, libero!

M. G.

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