U NANNU STA MURENNU, U NANNU. Marina Paleologo

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U NANNU STA MURENNU, U NANNU

Riti purificatori, quasi pagani, a fondamento di questa festa che simboleggia il rigenerarsi della vita attraverso la morte

Carnevale indicava il giorno in cui avrebbe avuto inizio la Quaresima, periodo di penitenza e quindi di astinenza dalla carne(carnem levare). 

Per questo motivo, nei giorni precedenti tale periodo, ci si abbandonava a sollazzi e divertimenti.

Per la società contadina, costantemente minacciata dalla miseria e dalla carestia, Carnevale significava anche soddisfare il desiderio di mangiare a sazietà,  nell’attesa del lungo periodo di Quaresima, con i suoi duri digiuni, rigidamente osservati.

La parola Carnevale potrebbe anche derivare da “currus navalis”, il battello a ruote, preceduto da gruppi burleschi di personaggi travestiti, sul quale era trasportato ,nella solennità dedicata alla dea Iside, il simulacro della divinità protettrice dei marinai, tra le danze e i canti della popolazione.

Secondo alcuni studiosi il Carnevale deriva da antiche feste latine, i Saturnali, in onore di Saturno, dio dell’oro e del benessere agricolo.

Durante i Saturnali era proibito lavorare, si facevano banchetti e ci si scambiava doni. Erano giorni di giochi, di baldoria, di scherzi, alla fine dei quali veniva messo a morte un fantoccio vestito da re, la cui morte stava forse a significare la fine dell’inverno e il tripudio della primavera. 

Sembra comunque certo che le origini del Carnevale debbano risalire a quelle feste religiose, celebrate da tutti i popoli nell’antichità all’inizio dell’anno nuovo per propiziarselo o all’inizio della primavera per simboleggiare la rinascita della natura .

Ancora oggi, in alcune regioni d’Italia, di Francia e di Spagna, si svolgono cerimonie burlesche, durante le quali una grottesca figura, alla quale si danno nomi vari, viene processata e  messa a morte. 

Questo personaggio altri non è se non il successore del re dei Saturnali, che rappresentava l ‘incarnazione della divinità della vegetazione, che ogni anno veniva ucciso e poi rinasceva e su cui la comunità scaricava tutti i suoi mali.

Nella nostra tradizione più pura è “u nannu” o “u nannu di Carnalivari”la personificazione del Carnevale.

Ordinariamente-scrive il Pitrè-lo si rappresenta come un vecchio fantoccio di cenci, vestito da capo a piedi con berretto, collare e cravattone, soprabito, panciotto, brache, scarpe.

Si adagia su d’una seggiola con le mani in croce sul ventre, innanzi alle case, ad un balcone, ad una finestra, appoggiato ad una ringhiera, affacciato ad una loggia; ovvero lo si mena attorno.

Terrasini, dall’archivio di Marina Paoleologo

Più comunemente è una maschera vivente, che su un carro, una scala, una sedia,va accompagnato e  seguito dal popolino che grida, urla, fischia”. Al culmine del rito gli si dà fuoco, mentre intorno grandi e piccini mangiano e bevono a sazietà.

Ecco così simboleggiata l’ideologia del prodursi della vita attraverso la morte.

Ed ecco il rito inteso a “determinare il passaggio dalla morte del tempo consumato alla vita del tempo rigenerato” (I. Buttitta), attraverso il fuoco purificatore che sublima ogni cosa…

Ma affinchè il tempo e la vita possano essere rigenerati, occorre che ci sia l’immolazione di una vittima. 

Ed è proprio “u nannu di Carnalivari” il capro espiatorio che si fa carico dei mali del mondo e diventa l’eroe rigeneratore nel quale coesistono l’angoscia dell’esaurirsi del tempo e la speranza della resurrezione, il vecchio e il nuovo, la morte e la vita.

MARINA PALEOLOGO

Un pensiero riguardo “U NANNU STA MURENNU, U NANNU. Marina Paleologo

  • 23/02/2019 in 13:42
    Permalink

    Dove abito da sempre, qui in zona “Croci”, siamo a meno di 500 metri dal Borgo Vecchio dove il Nanno ancora esce. Da bambino mi faceva paura perché si incontrava con la Nanna a piazza Nascé, dopo aver seguito un percorso diverso, e veniva messo al rogo. Il Nanno di oggi è un pupazzetto piccolo fatto di bottiglie di plastica e vestito con una vecchia maglia della Nazionale, quello di allora era grande e col volto dipinto, vestito di stracci ma sempre con cappello, pantaloni, scarpe e gilet. Molto brutto e non certo un modello di eleganza. Ancora oggi si dice: “mi’, e come sei combinato? Mi pari un Nanno”, e per una donna: “sono vestita che sembro una Nanna”

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