‘un ‘nni manci cachi… l’abbanniata secondo Riccardo Quadrio

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“Abbanniàta”.

Per “abbanniàta” si intende l’atto dell’ “abbanniàre”, voce verbale siciliana a cui i vari servizi di traduzione “on line” presenti sul web attribuiscono il significato di “gridare, urlare”.
Detta traduzione mi appare, personalmente, semplicistica, poiché “Abbannìare” indica un’azione dai molteplici significati, benché sempre accompagnati da un alta tonalità vocale: per “abbanniàre” il siciliano intende il “reclamizzare la propria merce, invogliare all’acquisto” così come il “manifestare, con voce stentorea, il proprio disappunto nei confronti di qualcuno o qualcosa” o anche il solo “gridare confusamente per strada”.

L’etimologia dell’ abbaniàta è ascrivibile al latino “bannum”, ossia “bando, editto” (ordine o avviso dell’autorità che il banditore divulgava per strada, con voce sostenuta, per renderne edotto il popolo).

Con riferimento all’accezione del “gridare confusamente per strada”, alcune fonti ne fanno risalire l’etimologia al tedesco “bandujan” (“dar pubblico annuncio di leggi”), importato in Sicilia durante la breve ma intensa dominazione austriaca, durata “appena” dal 1720 al 1734: pare che i siciliani, che non hanno mai nutrito particolare simpatia per gli asburgici, assimilassero metaforicamente il teutonico “bandijan” – incomprensibilmente esposto dalle regie guardie con tono insopportabilmente marziale – ad un caotico, frastornante ed indecifrabile vociare.

Il verbo abbanniàre, di norma, assume solo la forma attiva o passiva; in casi di particolari disturbi della personalità, può assumere anche la forma riflessiva.
La forma è sicuramente passiva nel caso della “abbanniàta ri matri”, ovvero quella interminabile serie di improperi, pronunciati ad alta voce da una madre all’indirizzo del proprio pargolo, braccato fra i vicoli, che si conclude con la più tremenda delle minacce: “E quando stasera viene to’ patre, tutte cose ci racconto!”
Altrettanto passiva è la forma della “abbanniàta ri mugghiere”, anch’essa caratterizzata da una interminabile serie di improperi, pronunciati ad alta voce da una moglie all’indirizzo del proprio detenuto (autocondannatosi agli arresti domiciliari), che si conclude con un ancor più agghiacciante minaccia: “…e quannu stasera sono pronta, per farti perdonare, ce ne andiamo al centro commerciale!”
Nel caso invece della “abbanniàta da traffico” la forma, se non attiva, è quantomeno “partecipativa”.
Esempio: se al semaforo posto all’incrocio fra via Maqueda e corso Tukory, alle ore 8,30 di un qualunque giorno lavorativo, il soggetto a) che si trova fortunosamente in “pole position” non parte prontamente allo scattar del verde, riceverà una “abbanniàta” dal soggetto b) posto in seconda fila, che, dopo aver fermamente posto il palmo della mano destra sul clacson, sporgerà fuori dal finestrino dell’autovettura il capo e il braccio sinistro, con il palmo della mano ben disteso e diretto all’indirizzo del soggetto a), domandando retoricamente a gran voce:
b) “Amuni’, ti smuovi?! Ma come sei, ‘ntamato?!” (dal greco “thambeo” = attonito, sbalordito, come i discepoli che ascoltavano le parole di Gesù).
Il soggetto a), a sua volta, fissando direttamente negli occhi il soggetto b) attraverso lo specchio retrovisore del proprio mezzo e agitando ritmicamente fuori dal finestrino il braccio sinistro, con un movimento dal basso verso l’alto e con la mano chiusa a voler mimare una sorta di carciofo, risponderà:
a) “Ma che minch… ci suoni?? Calmati ‘u sangu, cuirnutu!!”)

La tipologia di “abbanniàta” (o “vannìata”) che al siciliano è più cara è quella “strillata”, spesso anche cantilenata, atta all’imbonimento, alla vendita all’incanto, tipica dei commercianti che pubblicizzano la propria merce per le strade o nei mercati delle città siciliane; per la loro sagacia, meritano menzione le “abbanniàte” degli storici mercati palermitani della “Vucciria” e di “Ballarò” della catanese “Piscarìa” e della trapanese “Chiazza”.
Ogni prodotto ha una sua specifica “abbannìata”; fra le tantissime esistenti, ne riporto alcune di quelle che ritengo più argute:
– Venditore di lumache: “Tutti chi cuorna ri fuora sunnu… sti babbaluci!”, ovvero: “Tutte con le corna di fuori sono… queste lumache!” a far risaltare la vitalità e, quindi, la freschezza del prodotto;
(i puntini di sospensione indicano quella breve pausa che il venditore lascia intercorrere fra il “Tutti chi cuorna ri fuora sunnu” e il “… sti babbaluci” per creare il dubbio a chi non acquista se si stia riferendo a loro o alle lumache);
– Venditore ambulante di ghiaccioli allo stadio: “Ghiacciuoli! ‘U sapuri ru gol!” ossia: “Ghiaccioli! Il sapore del goal!”: all’udir queste parole, il tifoso rosanero non può esimersi dallo scaramantico acquisto; (questa te la dovevo, Alberto);
– Venditore di Kaki: “o l’accatti nni mia, o ‘un nni manci cachi!”, che tradotto letteralmente sta per “o li compri da me, o [per questa stagione] non ne mangi cachi”, ma con la velata maledizione nascosta nell’abbanniata stessa: “unni manci, cachi!” (trd: dove mangi… Kaki!)
– Venditore ambulante di sale: “accattatevi ‘u sale! Quando mi cercate non mi trovate”…
(Geniale! Quel “quando mi cercate non mi trovate” suona come un “Solo io posso salvarti da una esistenza insipida, e potresti rendertene conto quando sarò lontano da qui”…)

Riccardo Quadrio

 

Abbanniata

 

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